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Il Misterioso Incendio dello Stucky - Pompieri coraggiosi, Protezione Civile abbandonata dall`amministrazione
di Umberto Sartory - inviato il 18/04/2003 (letto 2245 volte - 0 commenti)

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Il Misterioso Incendio dello Stucky - Pompieri coraggiosi, Protezione Civile abbandonata dall`amministrazione
Vedo il fumo mentre scendo il ponte dell'Accademia, e mi chiedo che cosa starà mai bruciando: alambicco quasi inconsapevolmente se vi siano case di amici in quella direzione, ma il taglio dei tetti impedisce di localizzare la radice del fuoco, così la mia mente riprende il suo corso soprappensiero. Alla porta di casa scorgo capannelli di gente sul ponte della Calcina che evidentemente osservano rivolti verso Marghera: il fumo si riaffaccia alla memoria e mi vien di collegarlo alla zona industriale, ma prima che abbia aperto la porta, una vocina interiore suggerisce che a bruciare è lo Stucky (superfluo chiamarlo mulino, per noi veneziani); la vocina innesca un veloce excursus edilizio-speculativo-intuitivo e salgo le scale pensando: ''stanno bruciando lo Stucky''. Ci aggiungo, come spesso non riesco e esimermi dal fare, un ''che figli di puttana!''. Non come insulto: in realtà, direi che assomiglia di più a una ''considerazione'' filosofica, o a una sensazione di incomprensibilità morale che mi frulla in testa. Sia come sia, torno in fondamenta fornito di macchina fotografica e alle Zattere trovo conferma: l'ardito pinnacolo è la radice del fuoco e del fumo. Comincio a scattare e contemporaneamente a osservare il comportamento del fuoco. C'è uno stranissimo focherello che arde e sopravvive a tutti i successivi spegnimenti del tetto a cuspide, è annidato in uno dei posti più improbabili, per un principio d'incendio: all'interno del gomito tra la capriata d'angolo e la catena, quello che è appoggiato proprio sopra l'angolo del muro, e non può essersi incendiato da sotto, eppure brucia sempre, e così bene che sarà lui a far crollare quel capolavoro di carpenteria che era la torretta del Molino Stucky.
Tra il focherello, e le vampate inestinguibili, gassose, blu e multicornute che si susseguono nel corpo dei setacci, comincio a vedere con chiarezza la straordinaria abilità dell'artificiere, probabilmente ben compresa anche dai rimorchiatori, che infatti sembrano aver deciso che non vi è nulla da fare, e che oramai conviene lasciare che il fuoco si estingua nel crollo, lasciando attive un paio di pompe dalla barca dei Vigili del Fuoco giusto per controllare le faville.

I pompieri invece lottano con impegno, e a un certo punto il teleobiettivo mi fa scorgere uno sparuto numero di loro che si appiatta dietro il muro a ridosso di una delle fiamme più virulente e cornute: li ammiro incondizionatamente, ci vuole un bel fegato, perché sono ancora lì quando crolla il coronamento del muro a pochi passi da loro.
Sono i miei ultimi ricordi d'infanzia che si incrinano, e finiranno sepolti con gli ultimi covoi sulle terrazzette della base quando l'opera demolitoria si conclude: il corpo dei setacci collassa con uno scroscio di mattoni e putrelle: non si riesce a capire che cosa potesse bruciare a quel modo, legno sembra essercene pochino, ma tre lingue insopprimibili continuano a levarsi tra le macerie incombustibili, e continueranno a soffiare per molte ore sotto le innumerevoli tonnellate d'acqua degli elicotteri e degli idranti.
Esche chimiche, resine, benzina, sono le parole che corrono lungo le Zattere tra la gente assiepata. Ne sono convinto anch'io, e ci aggiungo l'idea di esche in metalli come il potassio, che si incendiano proprio al contatto con l'acqua.

Tuttora penso che ci sia stato qualcosa di simile, nel gomito della capriata, a generare quella pertinace fiammella arancio che è riuscita a troncare la trave più grossa e nel punto meno favorevole quando ancora resistevano i morali della copertura...
Credo di saper dialogare con il fuoco sin da quand'ero bambino, appassionato di falò sulla spiaggia degli Alberoni... Accendere e saper ben consumare un fuoco richiede sapienza e sensibilità, non penso di essere il solo a considerarla un arte, e da dilettante mi inchino alla maestria di chi ha progettato e realizzato la demolizione del corpo setacci.
Sento una forma di rammarico al pensiero che probabilmente non conoscerò mai un tale Autore.

A parte i miei ricordi di spiantani e di pesca, non mi pare che ci sia un danno grave per la città. Con le recenti amministrazioni abbiamo avuto perdite ben più dolorose di quell'ormai inutile edificio cieco che era il corpo setacci del Mulino Stucky.
Visto che a quanto sembra la sua destinazione diveniva altra dal raccogliere la farina 00 al piano terra, tanto vale che le sue pareti possano donare luce alle migliaia di metri cubi di spazio abitativo che racchiudono.
Demolizione intelligente quanto spregiudicata, conflitto tra palazzinari foresti e palazzottari nostrani, cupa tresca assicurativa o atto dimostrativo, e, o, se... la ridda dei cui prodest mi è imperscrutabile, ho talmente pochi dati che mi viene persino alla mente un pegno magico da me lanciato nell'edificio oltre 20 anni or sono (chi mi conosce da allora e in qualche modo segue le vicende del Nuovo Rinascimento veneziano forse sa di cosa parlo)...
Mi sorprendo a chiedermi se ci sia davvero qualcuno che sa perché sia bruciato lo Stucky, o meglio parte di esso.
Ho documentato comunque con puntigliosità cronometrata: oltre 130 foto in buona risoluzione illustrano le fasi dell'incendio-opera d'arte, doloso o meno che fosse. Nei due giorni a seguire, ieri e oggi, mi sono recato sul luogo per scattare foto ravvicinate, e ho ascoltato alcuni volontari della Protezione Civile.

Faceva molto freddo alla base del fuoco, e i volontari sono rimasti lì per molte ore, forse 18, senza ricevere la benché minima assistenza da parte dell'amministrazione. Non gli hanno portato né un panino né una bottiglia d'acqua: ha dovuto sopperire la ben nota disposizione ai picnic dei lagunari: verso sera le mogli sono arrivate a rifocillare quelle brave persone con sporte e cestini.
Nell'andare a dormire mi prefiguro il sogno di un altro incendio, capace di cancellare altrettanto chirurgicamente quell'orribile parallelepipedo bianco che ha sfigurato lo skyline della Giudecca proprio nel centro, a pochi gradi di visuale dalla meraviglia sinfonica del Palladio...

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