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Di che cosa ha bisogno Venezia - O meglio, di che cosa ha bisogno la nostra causa?
di Umberto Sartory - inviato il 07/08/2003 (letto 1572 volte - 0 commenti)

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Di che cosa ha bisogno Venezia ?O meglio, di che cosa ha bisogno la nostra causa?Perché a onta del mio nick venetian, io non sono affatto sicuro che ciò che io voglio, sinergicamente con gli amici di ombra.net, sia in effetti ciò che Venezia vuole. Noi impersoniamo una causa, una volontà indirizzata a rianimare e riunire.Una città nasce dagli uomini e per gli uomini, quindi la domanda generale si restringe a ''di quali uomini ha bisogno una città'' per restare viva e mantenere la sua identità. Mi chiedo ancora: è rilevante chiedersi anche di ''quanti'' di tali uomini ha bisogno?Noi abbiamo deciso di credere, penso di interpretare alcuni dei motivi che hanno spinto anche voi verso ombra.net, che Venezia si sta cancellando come memoria non per una sua schiva natura esausta del mondo ma per un ''diminuire'' della ''buona volontà'' di alcuni o molti dei suoi abitanti.Venezia è un punto-sistema fuori dal sistema, una porta fisica di passaggio tra microcosmo e macrocosmo. Venezia è un fiore sbocciato dall'uomo a scrivere e descrivere tutti i fiori. La sua struttura, le sue simbologie, i suoi fregi ne fanno una straordinaria biblioteca sapienziale. L'esperienza dei percorsi la rende edificio iniziatico per eccellenza.Prescindendo da ciò che i veneziani facevano per crearle questo stato, Venezia si connota come una città tempio, potremmo forse dirla con una certa qual ragione la ''città santa dei mercanti'', come molte altre già più note in questa accezione, del resto.Un tempio può essere affidato alla pietà popolare? Solitamente no, questa è condizione, talvolta, dei tabernacoli, ma assai raramente di un tempio. Solitamente un tempio ha assegnati dei custodi.Mi chiedo ancora: è diritto dei custodi abbandonare e distruggere il concetto, la struttura e la sostanza del tempio che custodiscono? Per molti tra coloro che attualmente impersonano il ruolo ufficiale dei custodi (intendo dai sovrintendenti alle belle arti agli amministratori, passando per ogni singolo custode dei beni pubblici) con ogni evidenza quel concetto di tempio concepitosi ed evolutosi come ''punto fuori dal sistema'' è ampiamente obnubilato, in favore di una integrazione nel sistema, che è l'ultima cosa che il sistema stesso possa ragionevolmente desiderare.Venezia è un luogo magico manifesto dove solo la più alta raffinatezza dell'arte consente la permanenza e l'operatività dell'uomo. I luoghi magici sono i luoghi in cui gli umani provano emozioni in grado di cambiare la loro vita, e in Venezia milioni di umani hanno vissuto la loro iniziazione al matrimonio, e infiniti amori sono sbocciati in questa città. Ben dice Franco Filippi definendola la città dell'amore. I suoi ponti che si stendono come mani allacciate sono strutture che solo scienziati/magi possono mantenere nel loro incanto di bianco e di rosso... Mi sento talvolta, nonostante la mia impreparazione e ignoranza, indegnamente investito della consapevolezza di custode, fosse solo per il fatto che so scorgere la delicatezza del sostrato e distinguere la giusta via d'ingegno.So che molti altri lo fanno, quasi ogni veneziano è capace di ''sentire la città'', sentire quale attenzione lo ''spirito del luogo'' richieda per ''dar soddisfazione'' al lavoro dell'uomo. Un sentire ingegneristicamente raffinato, analogo alla complessità narrata dai fregi e dalle decorazioni.Il tempio è però oggi in mano ad altri custodi, consegnatogli dal popolo elettore. Ma può il ''popolo elettore'' rappresentare la ''pietà popolare'', quando accetta la distruzione del concetto, della struttura e della sostanza del tempio ereditato dagli antenati? In nessun caso l'incuria, l'incapacità, l'insensibilità o peggio la deliberata distruzione dei templi degli antenati può avere consustanzialità con la parola ''pietà'': quei comportamenti ne rappresentano anzi la negazione.Il popolo ha quindi quasi inconsapevolmente rubato alla ''pietà'' gli effetti della sua opera, per venderli a una casta allargata di “custodi” del tutto aliena da sensibilità sacerdotali e iniziatiche, in cambio di un più abbondante piatto di lenticchie, e ora comincia a rendersi conto che così facendo ha imboccato la via di decadere dallo stato di ''popolo'' a quello di ''orda'', turbinio di clan in più o meno violento attrito, sistema energeticamente dispersivo e debole.Questo stato ha avuto momenti peggiori, nel senso che al tracollo della struttura centralizzata stanno rispondendo forme rilevanti di riaggregazione spontanea i.e. di categoria, che ancora però sembrano lontane dal reintegrarsi come popolo, dibattendosi fra tribalismo e folklore.Quel che intendo dire è che, sociologicamente parlando, mi sembra che stiamo tentando di risalire, dopo che, tra gli anni 60 e 90, Venezia era affondata nel cinismo dilagante. Ma le fastigia del potere centrale di custodia del tempio sono ancora nelle mani dei custodi ''affondatori'', perché solo la consapevolezza di popolo può efficacemente tener lontani i malfattori dalle cose del tempio ( e della pubblica amministrazione), mentre la consapevolezza tribale continuerà ad alimentarli con i propri meschini interessi.

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