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AMARCORD / LA LEZIONE DEL “MONDO”
di ENZO PEDROCCO - inviato il 01/03/2010 (letto 2343 volte - 0 commenti)

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“Il Mondo”(1949-1966), il periodico diretto e fondato da Mario Pannunzio, fu per molti della mia generazione , non solo un prezioso e prestigioso organo di informazione scritto dal fior fiore degli intellettuali del tempo, italiani e non, ma anche una vera e propria scuola di un modo affatto nuovo, almeno per il nostro Paese, di fare giornalismo tramite la fotografia: chè i fotografi che vi collaboravano - dal mitico Cartier-Bresson, fondatore, insieme a Robert Capa e a David Seymour, della famosa Agenzia Magnum, a fotografi del calibro di Federico Patellani, Enzo Sellerio e altri - costituivano il meglio di ciò che altrove era stato definito, già da tempo, come “fotogiornalismo”.

Va senz'altro ascritto al “Mondo” a quest'ultimo proposito, per esempio, se anche nel nostro Paese incominciò a farsi finalmente strada l'opinione secondo cui, accanto al fotografo che toccato, per così dire, dall’aura del genio era solito produrre di volta in volta una fotografia invariabilmente bella, ispirata e a se stante, c'era anche il fotografo che, molto più modestamente e prosaicamente, era solito invece produrre più fotografie correlate le une con le altre e in cui la maggior attenzione era posta in genere più al contenuto che alla bellezza formale, al fine di documentare, così facendo, un determinato tema o problema quanto più esaurientemente possibile: svolgendo, con altri mezzi, una funzione affatto analoga a quella del giornalista.

E non fu certamente un caso se, dopo il successo del “Mondo”, dovuto soprattutto alla finissima sensibilità fotografica e giornalistica del suo fondatore e direttore, il fare informazione per immagini, preoccupandosi soprattutto di documentare e informare, anziché ricercare a ogni costo la fotografia “bella e ispirata”, attecchì diffusamente nella stampa periodica italiana e precipuamente in rotocalchi quali “L’Espresso”, “Epoca” etc., notoriamente improntati per lo più a tale modo di fare giornalismo, che in seguito a ciò, e a dispetto di taluni anacronistici soloni del giornalismo nostrano, incominciò ad acquistare anche nel nostro Paese la dignità e la considerazione di cui già godeva da tempo in altri Paesi, fra cui, in primo luogo, gli Stati Uniti.

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