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Strategia di lavoro per la Repubblica: Il Modello Veneziano di Governo
di Umberto Satori - inviato il 01/05/2011 (letto 2651 volte - 0 commenti)

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Strategia di lavoro per la Repubblica: Il Modello Veneziano di Governo

Su quali basi e in qual modo i Veneziani formarono la loro Repubblica

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Il Modello Veneziano di Governo:
come oggi ispirarsi ai suoi principi


L’insegnamento politico della Repubblica Veneta è testimoniato dalle strutture amministrative di quello Stato e dalla consistenza delle Opere che ha tramandato.   Tuttavia non ho dubbio che l’evoluzione possa proporre oggi forme organizzative più efficienti e moderne.
Non è quindi mia intenzione esporre in dettaglio o proporre la struttura amministrativa Veneta come modello da imitare.   Per gli interessati a questo tipo di studio rimando alla citata Opera del Da Mosto.

È tuttavia opportuno enunciare le linee guida storiche che portarono al formarsi della Pubblica Amministrazione Veneziana, prima di quelle morali che formano il centro del nostro interesse.


Il Concetto e l’organizzazione dello Stato

Vediamo innanzittutto in che cosa il modello veneziano di Stato seppe differenziarsi dalla grande Istituzione Imperiale Romana alla quale si sovrappose.

Formalmente, lo scettro e i metodi dell’Impero Romano si spostarono in altri Territori, dapprima nel Medio Oriente con Bisanzio, poi in Europa, frammentati tra Papa e Imperatori o Re.
I Veneziani, che come Veneti erano stati sin dai primi contatti compartecipi di quell’Impero, compresero le ragioni profonde del fallimento di quel modello, e avviarono un nuovo esperimento italico di organizzazione Civile.

A livello di classi astratte della Politica, Venezia mutò due fondamenti imperiali: il “divide et impera” divenne “governati per unire”, mentre l’intelligenza culturale e commerciale andava a sostituire in importanza la forza militare.

A tutti gli effetti questo viene ben significato anche negli emblemi: alla ctonia Lupa Capitolina si sostituisce il Leone alato e letterato, simbolo solare dell’intelletto spirituale; alla volontà dominatrice del Senatus PopulusQue Romanus, rappresentata dalla rapace aquila, subentra il saluto cristiano a San Marco: "Pax Tibi Marce, Evangelista Meus".   La forza politica innovativa venne infatti ai Veneziani proprio attraverso l’evangelizzazione di San Marco.

Per comprendere la pregnanza di questa affermazione, bisogna ricordare che San Marco è latore di una forma di evangelizzazione cristiana molto peculiare, quella Alessandrina.
Essa si abbevera alle emanazioni della Scuola Platonica (che, come abbiamo già accennato, era fortemente connotata dall’elaborazione politica) e ne purifica l’acqua attraverso le meditazioni dei Padri del Deserto, di cui San Marco fu diretto discepolo.

Ricordiamo che al tempo di San Marco, da secoli fioriva in Alessandria l’Ellenismo erudito e raffinato dei Tolomei.   La città, con quasi cinque Secoli di stabilità politica, con il suo attivissimo Museo e la Biblioteca più vasta dell’Antichità, costituiva il centro mondiale del Sapere filosofico e della Conoscenza scientifica.

Non è dunque un caso fortuito il grande spessore civile dell’esperienza Veneziana, ma frutto di una scelta popolare capace di leggere e interpretare la cultura classica nella luce proiettata dalla giovane Religione Cristiana.

Questa appartenenza di Venezia a una Tradizione millenaria di ricerca religiosa e politica, non va presa come un falsificabile aneddoto storico o mera leggenda.   La Basilica di Aquileia con i mosaici dell’Aula Nord testimonia l’esistenza di una comunità Cristiano Alessandrina già nel Terzo Secolo e forse più antica.
Gli affreschi nella cripta della Basilica, attribuiti al Dodicesimo Secolo, illustrano sia la scena del Santo di Alessandria mentre viene investito da San Pietro del compito di evangelizzare i Veneti e gli Istriani, sia quella del Santo nell’atto di ammaestrare gli Aquileiesi.

Da quelle immagini risulta chiara l’impostazione sociopolitica dell’Evangelo Marciano.   San Marco di Alessandria viene inviato da San Pietro, la “pietra” su cui Cristo intende edificare la sua Chiesa.
L’ammaestramento non è solo religioso ma anche scientifico e soprattutto politico, poiché mira all’organizzazione strutturata degli uomini nell’Ecclesia.

Quanto sia forte e innovativo il portato politico viene ulteriormente dimostrato dal più vicino e importante seguace di San Marco, Sant’Ermacora che, fatto Vescovo di Aquileia, fu imprigionato e ucciso, assieme al suo confratello San Fortunato, per la loro evangelizzazione ritenuta sediziosa dagli Imperiali Romani.
Il vigore della dottrina Cristiano-Alessandrina, impartita da San Marco ai Veneti, non si spense, fu anzi esaltato da quei Martiri.

Il coraggio di Aquileia nel volersi ecclesia Cristiana autonoma spiritualmente e politicamente culminò nello Scisma dei Tre Capitoli del Sesto Secolo, ma ancora si affermava platealmente nell’Undicesimo con il farsi riconoscere, come feudo del Sacro Romano Impero, il titolo di “Ecclesiale”, ovvero governato da sacerdoti.
Difficile dire se questo polarizzare l’attenzione ostile della Roma Imperiale e Papale, facesse o meno parte di una strategia preordinata dei Veneti.   Di fatto, questo atteggiamento di aperta ribellione degli Aquileiesi protesse il sorgere, quasi di soppiatto, della nuova forma Repubblicana nel luogo meglio difeso dalla Natura del Territorio Veneto, la Laguna di Venezia.

Venezia poté così nascere e sviluppare la propria struttura repubblicana attingendo risorse dal mare, per comparire nella realtà politica del resto d’Italia solo quando già era fortificata a sufficienza in sé stessa e nelle sue relazioni mondiali da poter reggere la pressione ostile degli Stati monarchici e del Papato.


A ulteriore conferma dell’appartenenza neoplatonica-alessandrina, vedremo Venezia svilupparsi nel Culto cristiano abbinato alla difesa e allo sviluppo delle Arti e della Conoscenza umane.   Non è certo azzardato paragonare l’Arsenale e la città stessa agli assunti del Museo Alessandrino, luogo pubblico in cui la devozione informa il lavoro creativo di gruppo.

La Lettera del Prefetto Ostrogoto Cassiodoro già nel 537 descrive in termini di esplicita ammirazione gli abitanti delle Lagune quasi come asceti repubblicani, Cittadini delle Acque affidabili e liberi; liberi soprattutto dai vizi che affliggono il rimanente dell’Impero di cui Cassiodoro è Prefetto: “... Ivi poveri e ricchi vivono allo stesso modo. Un solo cibo sostenta tutti, uno stesso tipo di abitazione rinserra ogni cosa, non conoscono l’invidia riguardante le case e, vivendo con questo tenore, stanno fuori del vizio, al quale, come si sa, tutto il mondo soggiace. ...”

Quando i “Liberi Cittadini delle Acque” devono adeguarsi ai tempi, che vedono affievolirsi i poteri territoriali dell’Autorità Imperiale, sono costretti ad affrontare la costruzione di Gerarchie di Governo autonomo più complesse di quelle necessarie alla vita in navigazione: le loro scelte ancora confermano l’impostazione politicamente platonica della loro Religione.

Fin dai primi “Duchi”, l’Aristocrazia di merito che si assume il compito di governare gli interessi della Città e del Dogado mostra particolarissime attenzioni democratico-repubblicane: al Doge già nel Dodicesimo Secolo troviamo affiancato il “Consilium Sapientes” con l’esplicito scopo di moderarne il potere personale.   Abbiamo visto nel capitolo precedente l’idiosincrasia dei veneziani verso qualsiasi forma di ristagno del potere pubblico in mani private con vari esempi, tra cui la rapida rotazione delle cariche, una sola delle quali era a vita o a lunga scadenza, quella di Doge.

E proprio attorno a questa unica figura “permanente” si accentrano le precauzioni del controllo democratico per impedire il lucro personale e ogni tentativo dinastico volto a trasformare la gestione del Potere Pubblico da prodotto del merito personale a effetto ereditario o, peggio, a risultato di lotte di fazione.

Esemplare in questo scopo è il sistema di elezione al Corno Ducale messo a punto dai Veneziani nel Tredicesimo Secolo e rimasto pressocché invariato fino alla caduta della Repubblica; si tratta di un meccanismo di elezioni e sorteggi alterni espresso in questa formula: “Nove di trenta e poi quaranta sono. Poi dodici, poi venti e cinque appresso, nove, quarantacinque, undici, et messo dai quarantuno è il sommo duce in trono”.

Pur quando così finemente selezionato al Doge sono imposte l’umiltà verso il Senato e verso il Popolo: per proporre Leggi in Quello egli deve levarsi in piedi e scoprirsi del Corno Ducale, al Popolo deve una “promissione” di fedeltà e servizio che si viene sempre più specificando nel corso dei Secoli.   Per Secoli ancora verrà presentato al Popolo nell’Arengo per la definitiva accettazione.   Pur con l’espandersi della Comunità Veneta oltre le possibilità arengarie, sempre rimase la forma rituale di sottomissione al placet non solo del Senato elettore, ma del Popolo tutto.

Non voglio dilungarmi troppo nella descrizione dell’ordinamento veneziano, perché non è come i Veneziani articolarono il loro Stato, l’argomento che intendo esporre, bensì lo stato di coscienza popolare che li mosse in quella costruzione e i metodi organizzativi attraverso i quali la realizzarono.
Ancora però è opportuno specificare che la vigilanza democratico-repubblicana non si esauriva nelle limitazioni ducali. Analoga attenzione fu sempre dedicata anche alla purezza delle Istituzioni senatoriali da tentazioni oligarchiche familiari o corporative. Ne testimoniano continuativamente il Consiglio dei Dieci e, come episodio eclatante, la “Serrata del Maggior Consiglio”.
Vediamo, in proposito alle forme dello Stato Veneto, una immagine schematica dell’intera Organizzazione.

Inizialmente il Maggior Consiglio fu formato dalle Famiglie installate nelle paludi Realtine da tempo immemorabile, precedente la fondazione ufficiale della città (dette tradizionalmente “Evangeliste”) e da quelle che si trovavano presenti in quei Territori al tempo della Fondazione (dette “Apostoliche”).

Con il passar dei secoli molte altre Famiglie acquisirono merito e diritto di produrre Senatori e uomini politici.   Come abbiamo accennato, nel pieno Rinascimento circa un Cittadino veneziano su 82 era Senatore.
Non ribadiremo mai abbastanza che l’Aristocrazia Veneziana fin dalla sua nascita non è di sangue ma di merito, una Aristocrazia dell’opera e dell’Intelletto, sempre permeabile ai meritevoli.
Una Aristocrazia severa ma profondamente Cristiano-Alessandrina.   Un’Aristocrazia che incarna i valori della Borghesia già nell’epoca pre-Comunale e riesce a trasformarli in Stato Imperiale Repubblicano per oltre mille anni di Serenissima prosperità.

Per la sua stessa funzione di tramandare la memoria e il sangue dei Padri Fondatori della Città, il Maggior Consiglio fu sempre consapevole dei propri limiti e, pur detenendo simbolicamente il Potere Legislativo ed Esecutivo, affidava le proprie decisioni a un sistema di commissioni di esperti nelle varie materie necessarie al Buon Governo dello Stato.
Savi e Consiglieri selezionavano le migliori soluzioni legislative e operative da sottoporre alla decisione del Maggior Consiglio.

Queste Magistrature erano accomunate da due atteggiamenti: la fedeltà all’interesse Repubblicano e la provvisorietà estrema dell’incarico.   Una provvisorietà che del resto non risparmiava neppure i “dinastici” Membri del Maggior Consiglio, la dignità dei quali alla Carica poteva venire e fu più volte messa in discussione e revocata caso per caso.

Fra Consigli e Magistrature di Savi si intrecciava una complessa rete di controllo incrociato straordinariamente efficace e impersonale.

In un Consiglio di Sei Savi, per esempio, tre venivano sostituiti ogni sei mesi e tre rimanevano in carica per altri sei al fine di istruire i nuovi sulle Cose del Saviato.

Le più famose di quelle Magistrature sono ancora ai giorni nostri il Consiglio dei Dieci, i Savi alle Aque e i Savi al Sale o la Quarantia Criminal, ma sempre più dettagliate furono le “commissioni” di Savi che, provvisorie o permanenti, andarono costituendo il braccio operativo del Maggior Consiglio nel “Senato Veneto”, composto da pressocché tutti i Magistrati dello Stato, in carica ed ex.

Tralascio di descrivere l’insieme dei Consigli e le loro interdipendenze ma dobbiamo spendere due parole ancora sui due principali organi di controllo voluti della Repubblica per vigilare sulla propria Democrazia. Uno deputato a difendere la Cosa Pubblica dagli attacchi interni e uno da quelli esterni.

L’Avogaria da Comun ha origini di antichità pari a quella del Maggior Consiglio ma i suoi Magistrati durano in carica dapprima un anno, e in epoca successiva 16 mesi, soggetti ad egual contumacia.
Gli Avogadori da Comun vigilano essenzialmente a che lo Stato e le sue Magistrature, nell’esercizio del potere politico e amministrativo non violino le Leggi della Repubblica.

Il Consiglio dei Dieci, divenuto Magistratura definitiva nel Quattordicesimo Secolo ha a sua volta membri che durano in carica soltanto un anno; cito il Da Mosto:
“... i dieci membri ordinari, scelti dal corpo del Senato tra i cittadini più rispettabili per le virtù dell’animo e della mente e di età superiore ai 40 anni. Venivano eletti in Maggior Consiglio (prima con due, poi con tre e infine con quattro mani di elezioni) in diverse sedute dall’agosto al settembre di ciascun anno e non potevano essere scelti se non uno per famiglia, al fine di evitare il più possibilmente gli abusi. Non potevano essere legati fra di loro da vincolo di parentela e non potevano cumulare altra carica.
Duravano in funzione un anno ed erano sottoposti ad una contumacia della stessa durata, la quale veniva osservata così rigorosamente che bastava essere entrati in Consiglio il giorno precedente alla sua rinnovazione per non poter far parte del successivo Consiglio.
Col tempo la contumacia fu portata a due anni
”.
Al Consiglio dei Dieci spettava il compito di vegliare su tutte le soglie esterne della Repubblica, fossero quelle con l’interesse privato, con la faziosità politica, con l’ingerenza clericale, con eventuali delitti commessi da membri dell’Aristocrazia, con la moralità pubblica.

Tornando quindi alla promessa visione schematica, abbiamo che la Repubblica, rappresentata continuativamente al mondo attraverso il Maggior Consiglio e il Doge, si articola nell’esercizio del suo potere in Commissioni o Cariche ricoperte a turno da Cittadini competenti per merito e abilità, a nessuno dei quali è però permesso di identificarsi con la Carica, o considerarla sua abituale occupazione.

Ogni Cittadino degno può essere chiamato a una Carica e deve assolvere questo compito per il tempo stabilito, spogliandosi della propria personalità per rivestirsi della Funzione Repubblicana assegnatagli. A facilitare la convivenza dell’incarico con le normali occupazioni del Cittadino, i Savi solevano esercitare il loro Magistero a turni settimanali.   Non era rilevante, per il Cittadino e per i bisogni dello Stato, quale dei Savi al momento esercitasse la sua funzione, poiché ciascuno di essi era latore del medesimo messaggio istituzionale.   Il Savio rappresentava al contempo lo stato dell’Arte su un problema e le Leggi della Repubblica.
Leggi chiare, informate e corroborate dal Buon Senso della Comunità cristiano-alessandrina di San Marco.

Veri e propri pionieri dell’Informatica, i Veneziani analizzarono la società nei suoi semplici e tra questi crearono una rete neuronale di controllo e accesso ai dati assai complessa e straordinariamente efficace. Fu questa abilità nello scomporre un problema complesso per riaggregarne i semi secondo giusta Logica e Creatività che permise la realizzazione non solo del sistema politico, ma anche di un opificio complesso e completo come l’Arsenale di Venezia.

Al servizio di questa classe dirigente così democraticamente organizzata, lavorava un corpo di funzionari raggruppati nell’Istituzione delle Procuratorie di San Marco.
Esisteva una Procuratoria per ciascuna delle operazioni necessarie al funzionamento interno ed esterno dello Stato.

Ai fini di questa Strategia di Lavoro per la Repubblica, non è rilevante prendere in esame la struttura dettagliata delle Magistrature e delle Procuratie Venete, bensì comprendere in base a quali criteri esse vennero individuate e come si riuscì a mantenerle incorrotte dagli albori della Repubblica, in alcuni casi fino quasi ai giorni nostri.
Quello che mi sembra di poter indicare, è l’accorpamento in base all’omogeneità, territoriale e/o funzionale: il Dominio, in primis, amministrativamente si distingue in “da Mar”, “da Tera” e “Dogado”.

Altre Magistrature e Procuratorie riferiscono direttamente a pertinenza di omogeneità territoriali: ricordiamo i Provveditori al cottimo di Alessandria, di Damasco e di Londra, o anche i Nobili sopra il Lido e sopra il Lido di Pellestrina, i Capi di sestiere, i Savi di Terraferma, i Provveditori sopra gli offici e le cose del Regno di Cipro, i Savi alle Acque... Gli stessi consiglieri Ducali del Minor Consiglio erano nominati uno per ciascun Sestiere.

Ancora più numerose e dettagliate erano le commissioni individuate per omogeneità di funzione o materia. Se esistevano i Savi alla Mercatura in generale, ne esistevano di specifici ove la merce fosse di particolare rilevanza strategica o economica, come i Savi al Sale, i Savi alle Biade, gli Officiali al formento di Rialto e quelli di San Marco... Il Consiglio dei Dieci presiedeva in prima persona al commercio del pepe, la merce considerata più preziosa al benessere economico della Repubblica.

E poi ancora le Magistrature dedite a curare esigenze più astratte della Società, come i Savi alla Sanità Pubblica, le varie Magistrature Giudiziarie, i Savi alla correzione delle Successioni e quelli ai Dazi... Ogni necessità della vita civile era servita dello strumento democratico per il suo Governo.
All’evolversi dei tempi e degli eventi, nuove commissioni di Savi venivano create, mentre altre, rese obsolete, non venivano più rinnovate.

Ciò che a noi Repubblicani moderni può maggiormente interessare, dall’esame della struttura statale della Repubblica Veneta, è che era organizzata per commissioni di specialisti, alcune temporanee e straordinarie altre permanenti, ciascuna delle quali si occupava degli specifici problemi nel governo del Territorio e della Popolazione che ricadevano nella sua competenza.
Per impedire che nelle Cariche Pubbliche si insinuassero poteri privati, le Cariche venivano distribuite a rotazione e soggette a lunga contumacia nonché a controllo incrociato di altre Magistrature.
Ogni uomo politico stava di fronte al Popolo responsabilmente in prima persona e tuttavia in forma impersonale.
All’atto di divenire ufficiale incaricato della Repubblica, il Cittadino rassegna il suo ego personale per assumere quello richiesto nella Funzione Pubblica che va ad assumere.
Per la Repubblica, ogni degno Cittadino è suscettibile di ricoprire incarichi politici in brevi tratti della sua vita.


Vediamo allora cosa rese possibile la realizzazione di una struttura così nobile e funzionale al benessere dei Cittadini come Venezia ha dimostrato di essere stata per oltre mille anni.

Sia a livello di struttura imperiale che di leggi, i Veneziani furono coloro che fondarono e posero le strutture logiche e politiche per la costruzione del primo Impero creato sulla dottrina Cristiana nella forma platonica di Repubblica.
Essi seppero evolvere sia il modello “pagano” della Repubblica di Platone, ancora determinante nell’erudita Civiltà Alessandrina, che quello feudo-sacerdotale degli Aquileiesi: ne fecero una società versatile e straordinariamente moderna.

Già l’Impero Romano, con Costantino, aveva intuito l’enorme forza politica della Dottrina Cristiana, facendone la propria Religione di Stato, ma la struttura romana non era stata plasmata dai primordi su quella Dottrina, e l’assumerla come “esoscheletro” non era stato sufficiente a salvare l’Impero.

I Veneziani compresero che la forza di un centro, per importante che fosse, non sarebbe mai bastata per unire e armonizzare la varietà del mondo sotto la propria struttura militare.   La loro esperienza si impostò dunque sullo scambio culturale e sulla concordia generata dal rispetto, dalla religiosità e dal convincimento.   Tutti concetti che gli attuali Stati partitocratici millantano non solo di perseguire, ma persino di averli introdotti con la modernità.
A proposito di questo atteggiamento della Politica Veneziana, è opportuno portare a fuoco un altro particolare della Storia, poco o male noto a molti.

Le Crociate messe in atto dai Papi e altri Monarchi non trovarono mai Venezia fra i loro sostenitori.

Quando con la Quarta Crociata la Repubblica fu coinvolta sotto forma di ingaggio per noli marittimi, l’infedeltà ai patti dei committenti consentì al Doge e comandante della Flotta Enrico Dandolo, di utilizzare più proficuamente le forze a disposizione per riportare al Dogado la vicina citta di Zara, occupata dagli Ungari e per mettere la parola fine al decaduto dominio imperiale di Bisanzio.

Venezia uscì da quella avventura mondiale come Signora Repubblicana di un quarto e mezzo dell’antico Impero Romano, seconda unificatrice degli Italici dopo i Romani ma con un metodo differente, che possiamo serenamente definire più civile e moderno.

Venezia infatti si trovò a unire l’Italia attraverso la Signoria di tutte le acque peninsulari, non con le centuriazioni imposte dalle falangi armate.   L’unità della Penisola non fu cercata come un nucleo duro di duri pezzi in qualche modo incastrati fra loro, ma come un contenitore quanto mai uterino, per la maturazione dei Popoli alla coscienza repubblicana che Venezia in ogni porto proponeva con l’esempio morale e amministrativo.

Siamo di fronte all’implementazione sociopolitica di un concetto astratto che è divenuto chiaro ai nostri contemporanei attraverso la diffusione della Matematica degli Insiemi.   I Veneziani affrontarono il problema Italia delineando i confini di un “insieme disomogeneo” e adoperandosi perché in esso si facesse strada il Principio unificatore astratto della Repubblica, capace di renderlo omogeneo e adeguato a operare sinergeticamente.

I Popoli italici risposero positivamente a questa strategia veneziana.   Dalla Marca di Treviso alla Città di Bologna sono numerosissime le Comunità Italiche che si votano con plebiscito alla Repubblica, e Venezia è pronta a sguainare la spada per difendere quegli atti di determinazione popolare anche quando questa generosità le costa sanguinosissimi conflitti con le Monarchie dominanti su quei Territori.   Ricordiamo che Venezia, pur potente, è sola Repubblica in un Mondo governato da Monarchi miopi e spesso avidi, ma guerrieri anche quando sacerdoti.

Per non lasciare questa insolente affermazione affidata a sé stessa, ritorniamo alle Crociate effettivamente portate in Terra Santa da Papi e Monarchi europei.   Quelle operazioni belliche produssero, dopo la breve vittoria iniziale, l’aggregazione delle tribù mediorientali sotto il dominio dei Turchi Selgiucidi.   Questa unificazione, prodotta dal nemico comune, costituì il primo nucleo dell’Impero Ottomano, divenuto poi per oltre seicento anni Potenza Mondiale nemica giurata della Civiltà Cristiana; una inimicizia che ancora oggi persiste come grave minaccia in moltissimi frammenti di quell’Impero.

Per questo voglio ribadire che Venezia non partecipò in alcun modo alle Crociate, nemmeno come fornitrice di navi.   I Crociati si mossero sempre via terra o dai porti del Sud Italia.
Venezia sapeva l’errore implicito all’invadere la Terrasanta in armi e si distaccò, per quanto possibile, da quella catastrofe politica e militare che tanti lutti e danni ha causato e causa all’umanità.

Venezia era accorta dell’errore perché il suo sistema politico era più evoluto nell’intelletto di quello di Papi e Monarchi contemporanei, perché la sua anima pensante era quella di mille e non di uno solo.
Perché era una Repubblica Platonica Cristiano Alessandrina.

Molti attribuiscono le traversie di Venezia a cause efficienti come l’espansione dei commerci, il “Dominio dei Mari”, le Guerre con i Turchi o con i Genovesi.
Dietro a tutto ciò vi è invece il conflitto di due modelli politici, quello Monarchico e quello Repubblicano.
Non solo Venezia fu fautrice e pioniera di quest’ultimo, ma ne è anche stata ed è il più eroico difensore: con il suo Popolo in Antico, e ancora oggi, pur se forse ancora per poco, con le sue Pietre.

Un altro aspetto interessante per noi contemporanei, da portare in piena luce riguardo alla Strategia Repubblicana di Venezia, è il comportamento con i Territori annessi o conquistati.
All’interno di questi venivano identificate omogeneità territoriali e quindi di cultura, nell’ambito delle quali veniva data facoltà alla Popolazione di scegliere la forma di governo locale preferita. Si creavano o rafforzavano dunque indistintamente forme feudali o forme comunali, con l’unico vincolo del rispetto per il Diritto Internazionale che Venezia costantemente propagava e applicava.   Mai vi furono forme di oppressione fiscale o militare. Anzi, nei momenti di maggior pericolo per sé stessa, come nel conflitto con la Lega di Cambrai, La Repubblica sciolse le Città vicine dagli obblighi di alleanza, ricevendo in alcuni casi in cambio la prova di una fedeltà volontaria ed eroica.

I Veneziani misero in atto i loro propositi facendosi strada nel Mondo - individualmente - con i commerci anziché con il chiudersi a falange guerriera.   Forse mai altrove, la parola “individuo” fu tanto pienamente interpretata. Elemento unitario, indivisibile da - e identificabile in - un organismo complesso.
Cellula senziente, autocosciente e agente, questo era ogni Cittadino rispetto al Corpo Popolare: cellula grigia o epiteliale poco contava, pur di svolgere correttamente la propria funzione.
Con i Fonteghi, i Veneziani aprirono la città stessa a ogni diversità che venisse in pace, offrendo ai propri Cittadini così come agli Ospiti e agli occhi del Mondo Leggi e strutture statali giuste, efficienti e già allora efficaci per una società multietnica.


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