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Pietre di Venezia ..:Torna indietro:..
Amo Venezia - Apologia di una città
di Enrico Tizianello - inviato il 02/10/2004 (letto 2084 volte - 1 commenti)

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Ecco un’altra parte fondamentale ed inscindibile della mia vita. Tutto e’ nato sfogliando le pagine di un libretto riguardante lo sviluppo dell’architettura veneziana dal trecento in poi. Non e’ propriamente esatto dire che e’ cominciato li’, anche perche’ io ho sempre amato la mia citta’, nonostante la lontananza e i motivi che mi inducono a stare dove tuttora vivo. Il termine piu’ adatto e’ “esploso”. Ecco, e’ la parola esatta. Fu come una folgorazione. Di sicuro tutti si chiederanno cosa c’entra un libro di architettura destinato agli universitari con l’amore sviscerato che si prova per un agglomerato urbano…Cerchero’ di esporre i fatti con ordine: innanzitutto io frequento Venezia da quando sono nato in quanto i miei vecchiotti sono nati la’, come pure i miei nonni, i miei bisnonni, gli avi, i trisavoli, … e via cosi’.Quindi, vuoi per lavaggio di cervello da parte di mamma, vuoi perche’ pur di farmi nascere li’ i miei si sciropparono un viaggio da Matera a Mestre durante la tragica alluvione del 66, vuoi perche’ le radici non si estirpano mai del tutto alla fine dei conti un po’ di acqua di laguna nelle vene ce l’ho pure io.Ma a causa della tenera eta’ purtroppo non mi rendevo conto di quanto magica e favolosa fosse quella che universalmente e’ conosciuta per essere la citta’ unica al mondo.Ed ecco che entra in scena il mistico libretto: un giorno mio zio, appassionatissimo ricercatore di stampe antiche ed ebanista con degli attributi notevoli, mi regalo’ la famigerata pubblicazione; aprendolo e sfogliandolo rimasi subito colpito da una cosa che non avevo mai notato. Difatti quando un profano si reca per la prima volta a Venezia rimane abbagliato e confuso dai palazzi, dai canali, dalle gondole e da tutte le cose che classicamente fanno riconoscere e ricordare la citta’ in tutto il mondo, senza notare che le calli, i pozzi, i campielli, non sono tutti uguali, come a prima vista potrebbe sembrare. Si rimane abbacinati da questo immenso e intricato museo all’aria aperta senza distinguerne gli stili, le sfumature, i merletti…Sono bastate poco piu’ di 100 pagine di un anonimo libretto per aprirmi gli occhi sull’arte e la capacita’ di architetti, artigiani, stuccatori che nel corso dei secoli hanno interpretato con il loro personalissimo stile i desideri di patrizi e vescovi, di dogi e navigatori, di regine e principesse.Ogni palazzo, ogni chiesa, ogni “vera da pozzo”, ogni capitello portano la firma di abili cesellatori che con martello e scalpello (non con macchine a controllo numerico…) riuscivano a tirare fuori delle foglie di acanto da da un blocco di pietra d’Istria. E ad un occhio attento la forma di quelle foglie reca oggi a chiare lettere il nome di chi le realizzo’. Io son rimasto folgorato da queste differenze e cosi’ ho cominciato a scendere un po’ piu’ nel merito della questione, a cercare di approfondire la mia conoscenza. E mentre proseguivo nel viaggio mi accorgevo di particolari che dopo 30 anni di frequenti visite turistiche, non avevo mai notato. Una finestra, un portone, un’entrata d’acqua avevano effettivamente forme e tecniche di realizzazione diversissime tra di loro, immensamente difficili da realizzare in rapporto agli strumenti dell’epoca. Ma per me non e’ tutto e solamente architettura. Questo attaccamento viscerale e’ dovuto a una sorta di innamoramento nei confronti della vita che si svolge quotidianamente da quelle parti. Ed e’ il classico innamoramento quello che provo tutte le volte che arrivo in citta’ , sia via terra che via mare. Come quando ti incanti a guardare il viso e le forme della donna che hai sempre desiderato e che fa la ritrosa per concedersi; allo stesso modo io mi fisso a guardare, osservare i contrasti di colore (e i risvolti psicologici) della mia citta’. Le mille e mille incongruenze che esistono dalla notte dei tempi, ma che oggi si sono acuite a causa dell’inquinamento e degli interessi politici e speculativi che governano il vivere, non solo di Venezia, ma dell’Italia in genere. Eppure , nonostante tutto Lei e’ ancora li’, dai tempi della Serenissima, continuando a combattere contro dei nemici piu’ o meno visibili per la propria sopravvivenza.I veneziani, quelli veri, sono rimasti in pochi e non hanno piu’ in corpo lo spirito patriottico e combattivo dei loro antenati, stanchi delle continue promesse di miglioramento alle quali non e’ mai stato accoppiato un seguito degno di nota. Sono stufi di vivere a contatto di una realta’ fatta e composta di un turismo devastante e impreparato, del tutto privo di rispetto nei confronti di un simbolo di storica abilita’ e coraggio. Devastati dal costo della vita talmente alto da piazzarsi entro i primi posti della classifica mondiale.Ma proviamo anche solo per una volta a soffermarci a guardare il bacino di S.Marco al tramonto, o ad ascoltare il silenzio dell’alba dal ponte dell’Accademia, rotto soltanto dal rumore dei passi e dalle voci dei primi lavoratori del mattino; proviamo a immergerci nei colori e nei suoni che arrivano dai banchi e dai barconi che portano la merce al mercato di Rialto, ascoltando la melodia del chiacchierio delle massaie cariche di borse della spesa che contrattano il prezzo della verdura e si lamentano del numero dei gradini sui ponti…Allora, forse, riusciremo a capire perche’, per ogni veneziano, nonostante l’acqua alta, la puzza dei canali, la quasi totale assenza di ascensori, la propria citta’ e’ la piu’ bella del mondo.Umidita’, carenza di servizi, moto ondoso, affondamento, inquinamento, turismo,… Tutto rigorosamente in secondo piano di fronte al senso di pace delle calli di notte, della laguna nei pomeriggi assolati d’estate, del rumore del motore di una barca che sale dalla quiete di un canale, del sole che squarcia le nubi alle otto di sera e colora di rosso i palazzi del Canal Grande, le cui finestre, al primo calar della luce, magicamente si illuminano lasciando intravedere soffitti a cassettoni, stucchi, quadri e saloni splendenti come gioielli, belli da togliere il fiato.E poi la laguna fuori dagli itinerari, i chiostri, le isole abbandonate, le secche, le barene, i ghebi….Chi ha la fortuna di giungere a Venezia dal mare non puo’ non notare che la motonave naviga tranquilla a pochi metri da persone che , in cerca di vongole con l’acqua che arriva alle caviglie, sembrano tanti miracolati che camminano sulle acque.E’ un altro mondo, a se’ stante, dove l’odore dell’acqua ferma nei canali si mescola ai profumi che fluttuano nell’aria provenienti dalle cucine dei ristoranti per turisti.Altra cosa da tenere in considerazione e’ la differenza tra ristoranti e “bacari”.Sono due categorie a se’. I ristoranti e i bar nascono in funzione di una clientela eterogenea, proveniente da ogni parte del globo terracqueo, praticamente hanno funzione prevalentemente turistica.Il bacaro fa invece parte della tipica cultura veneziana; infatti dicesi bacaro una osteria / trattoria di ordine relativamente basso, dove ci si reca solitamente per un aperitivo (Spritz) a base di prosecco e campari, adeguatamente condito da piatti tiepidi ed assaggini detti “cicchetti” quali il fritto misto di pesce, polipetti, moscardini, gamberi, striscioline di polenta bianca grigliata e quant’altro possa offrire di ittico la laguna.Tanto tempo fa era una tappa d’obbligo per i veneziani veraci; entrando si era subito avvolti dall’atmosfera fumosa , dai suoni delle bestemmie abilmente mascherate da intercalare dialettico. Oggi invece e’ entrato tutto a far parte del circolo consumistico del mordi e fuggi, dove questo momentaneo calarsi nella venezianita’ tocca prezzi da pranzo per due. E come per incanto eccoci tornati a parlare del dio denaro. Forse e’ proprio questo il vero cancro che sta minando la salute della citta’ rosicchiandola lentamente dalle fondamenta e compromettendone la stabilita’ e la salute.Navigando in Internet si puo’ scoprire una miriade di comitati spontanei per la difesa di Venezia, tutti senza scopo di lucro, formati da persone comuni come da letterati, da operai o da avvocati, da ingegneri, dottori, studenti, macellai, casalinghe… Tutti accomunati dall’amore verso una citta’ unica al mondo con problemi unici al mondo che qualcuno, in tempi neanche tanto remoti, pensava di risolvere con un penoso e alquanto deleterio tentativo di industrializzazione. Purtroppo la cosa e’ sfuggita di mano e oggi ci si trova a dover fronteggiare un nemico invisibile che corrode, disgrega disintegra opere d’arte millenarie.Ma come e’ possibile, come si fa a non capire che un euro di meno nel portafoglio o sul proprio guadagno potrebbe salvaguardare secoli e secoli di storia. Una storia fatta e scritta da persone come noi, che hanno messo in gioco se’ stessi, i propri sogni e le proprie necessita’, trasformando nella notte dei tempi una palude malsana, facendola diventare la perla dell’Adriatico, quando ancora i badili non esistevano e le idrovore forse stavano solo nel cervello di Leonardo.Queste righe sono rivolte a coloro che, spero, avranno un giorno la fortuna di vivere una settimana (o anche di piu’) a Venezia, calandosi in una full immersion nella sua vita, provando, come lo provo io, quello spirito di rassegnata attesa con cui i cittadini affrontano le giornate. D'altronde una delle cose di cui ci si accorge subito e’ il ritmo rallentato della vita. Lo leggi negli occhi della gente, lo puoi sentire ascoltando la parlata della gente, nella pigrizia dei colombi che non hanno piu’ nemmeno la voglia di sbattere le ali, difatti vanno quasi tutti a piedi! Te ne accorgi sedendoti al tavolino di uno dei numerosi bar disseminati per i campi dove dal momento dell’ordinazione a quello della consegna del tanto agognato bicchiere d’acqua si registrano tempi d’attesa che sfiorano la mezzora. Eppure tutti sono tranquilli. Non si agitano. Aspettano. D'altronde in una citta’ dove non circolano le automobili la fretta e’ (o dovrebbe essere) una perfetta sconosciuta. E nonostante questo a volte si subiscono dei rallentamenti. Dove e quando? Ma nel mitico periodo del carnevale, dove la citta’ subisce per l’ennesima volta l’assalto dei barbari che saccheggiano, devastano, rubano e insozzano senza ritegno ogni angolo possibile. Sì perche’ i servizi pubblici scarseggiano e quindi ogni sottoportego e’ buono alla bisogna.Ma fra tutte queste peculiarita’ negative se ne evidenzia una che, a parer mio, e’ positiva. Come si sara’ capito io adoro conoscere il passato, e Venezia e’ il posto giusto dove il passato non e’ mai passato. Perdonatemi il gioco di parole ma e’ cosi’. Per quanto ci sia ancora chi si impegna per modernizzare, emancipare, trasformare (vedi il quarto ponte sul canal grande in p.le Roma… obrobrio), a Venezia l’aria che si respira e’ la stessa di quando i personaggi goldoniani baruffavano allegramente , di quando i nobili salivano con bauli e bagagli sul burchiello che li avrebbe condotti in campagna per la villeggiatura. Di quando quel p..la di Napoleone fece abbattere un´ala delle procuratie (e una chiesa) per creare cio’ che oggi è il museo Correr.A Venezia il tempo non si misura come abitualmente facciamo noi che disgraziatamente abitiamo nelle citta’ cosiddette industriali; noi che se per sbaglio dimentichiamo a casa l’orologio veniamo colti da crisi di sconforto irrefrenabili. Noi che misuriamo le giornate basandoci sulla quantita’ di minuti che intercorre tra un pullmann e un treno, attenti anche allo scorrere dei secondi che son piu’ preziosi dell’oro.No, il tempo e’ un concetto astratto da non tenere troppo in considerazione. A Venezia tutto e’ cambiato ma tutto e’ rimasto uguale come in un romanzo fantascientifico lungo centinaia d’anni. Sono cambiate le persone, il modo di parlare, di vestirsi, di affrontare i problemi, ma lei NO.Lei e’ rimasta dura contro le avversita’anche se ferita al cuore da un nemico vigliacco e invisibile. Tenace ma romantica al primo calare della sera. E allora Ossequi a lei, nobile signora decaduta, serenissima regina del mare indimenticabile e indomabile VENEZIA.

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Inviato da: alessandro carlini (alecarlini@gmail.com)

buon giorno,
anche se il suo messaggio è vecchio lo commento comunque in nome dei miei sette anni da veneziano, sono un giovane architetto e per lavoro mi sono ritrasferito nella mia citta natale, trento, ma sogno un giorno di vivere per sempre a venezia.
Anch'io amo questa citta e condivido il sintetico spaccato sociale che ne ha fatto ed aggiungerei che i veneziani ,benche pochi,potrebbero/dovrebbero riappropriarsi dei loro spazi, per esempio lavorando in campi e calli, ricordando che una città senza i suoi abitanti non ha alcun senso...forse nemmeno per i turisti.
cordialmente
alessandro carlini

Inviato il 01-11-2007 08:49
 


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