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Le api, la guerra e il teatro dell`ego - Riflessioni di ricerca interiore
di Umberto Sartory - inviato il 25/11/2001 (letto 2022 volte - 0 commenti)

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La visione di un mondo formato sulla base organica di individui può far temere a taluni spiriti innamorati della propria inquietudine il rischio dell’uniformità.La natura ci offre esempi di animale collettivo, come i formicai, taluni branchi e gli sciami, che facilmente suggeriscono questa paura.Ora è evidente che, se quell’Uno ha differenziato in sé tanta varietà di forme sin da prima che l’uomo possa ricordare, ogni tentativo di ricondurre all’uniformità si connota come atto deliberatamente contrario alla Sua manifesta volontà.Sciami, branchi e termitai sono infatti generalmente considerati come “infestanti”, non come “arricchimento” del luogo in cui si trovano, e alcuni di essi, i.e. le mosche, sono stati infatti assunti ad allegoria della volontà contrapposta al bene.Una volontà diversa dalla loro, come può essere quella di un umano appositamente addestrato, può ridurre la pericolosità di taluni sciami e instaurare un utile reciproco con un reciproco scambio di servizi, senza in apparenza danneggiare le funzioni essenzialmente naturali di ciascun singolo insetto, né modificare la struttura organica del loro insieme.Nonostante la sperimentata esistenza di un “legame neurale” installato tra tutti i membri dello sciame, questo appare tuttavia costruito sulla persona, anziché sull’individuo. Non vedo prova, del resto, della “necessità naturale” di quell’aggregazione: molte specie affini, infatti, assolvono compiti analoghi senza legarsi con rapporti leader-gregari, agendo a tutti gli effetti come “liberi individui della loro specie” nel Creato.Quelle specie che hanno invece operato una scelta evolutiva verso lo sciame, hanno di fatto optato per la delega e l’imposizione di ruoli, quindi per un artifizio di maschere. Possiamo ben desumere che le api a esempio non nascono connotate in operaie, regine, esploratrici ecc. dal fatto stesso che devono venir allevate per quei ruoli, applicando un condizionamento pressoché totale sull’individuo nativo fino a formarlo sulla maschera sempre uguale ritenuta utile a un sistema che non vuole modificare se stesso.Al contrario, un sistema organico che fosse basato sull’individuo è tautologicamente alieno dal pericolo di incorrere nell’uniformità da un lato e nel cul de sac evolutivo dall’altro.Dico questo perché all’atto stesso della presa di coscienza individuale, e conditio sine qua non per il suo mantenimento, è inerente la consapevolezza della propria straordinarietà e peculiarità, nonché l’inflessibile determinazione di operare, agire e modificarsi solo su istanza del bene collettivo dell’organismo e comunque congruentemente con quella “disposizione interiore alla socialità” che l’individuo umano, in quanto tale, indaga, coltiva e rispetta intensamente in sé stesso e negli altri.Rilevo che la “società di individui” resta a tutt’oggi utopia, se si esclude la comunità naturale degli uomini che praticano la scelta individuale ma che si ritrovano comunque visibili nel contesto della grande artificiale scenografia imbastita dal mondo delle persone, nel grande teatro feticistico dell’ego che trovo sotteso al gioco dei ruoli.Questa “visibilità” presenta la caratteristica di permettere la testimonianza e la sempre possibile osmosi di esempio che, con la preghiera, di fatto costituiscono tutta e la sola pratica di proselitismo consentita a una coscienza individuale.Come contropartita, però, la “visibilità” porta a un facile appiattimento della scelta individuale nello scenario del teatro dell’ego, sia come pericolo interiore che come perdita di vigore della propria testimonianza. Questa viene infatti immediatamente velata dalla regia automatica che governa il teatro dell’ego, con l’assegnazione di un ruolo precodificato.La classificazione dei ruoli nel teatro dell’ego è imprecisa a sufficienza da poter coprire più o meno sommariamente tutta la gamma delle possibili specificità umane, grazie anche alla largamente praticata “licenza di elisione” che consente di escludere dalla propria “recita a soggetto”, karma permettendo, componenti della rappresentazione complessiva valutati come incompatibili, sgradevoli o incomprensibili.L’individuo che decida quindi di rendersi “visibile in quanto individuo” alla società così come è attualmente strutturata, si espone al duplice pericolo di vedere la propria straordinaria testimonianza di vita svilita a livello di parte teatrale e di venire alletato dalla scelta di gestirla in funzione del gioco teatrale stesso, il che equivale nella maggior parte dei casi a sclerotizzare la propria spinta interiore in una maschera fissa che faccia da supporto a un ego, il quale poi entri nell’azione e conquisti la sua porzione di scena con le qualità che gli sono proprie, cioè l’arroganza, la prepotenza, il rapporto di brutalità tra volontà contrapposte.Sono propenso a pensare che un bisogno di protezione da pericoli di questo tipo sia strettamente connessa con la pratica di segretezza che compagini di filosofi hanno applicato alle proprie scuole di pensiero definendo esoteriche alcune parti del loro insegnamento.D’altro canto, l’individuo che si rende visibile in quanto tale al mondo, in misura in cui non venga a tradire la propria indole accettando la trasformazione in maschera, che non contraddica cioè le leggi sinergiche della vera socialità umana trasformando la propria volontà in un fibroma, in un trombo nello svolgersi fluente degli eventi, sentirà vibrare dentro e dietro ogni maschera, più o meno flebile o forte, quello stato di natura in cui egli stesso pienamente vive, e sarà talvolta il portatore di quell’acqua che alcuni semi aspettavano, raccogliendo frutti di gioia spirituale al vedere l’irrobustirsi e talvolta lo sbocciare alla coscienza dello stato di individuo in altri esemplari della propria specie. Si sentirà sempre e comunque un coadiutore alla sopravvivenza della facoltà germinativa di quei semi.Conformemente alle sue aspirazioni, ogni individuo inoltre prova emozioni molto gratificanti dalla sola compagnia di altri individui, non fosse altro perché caratteristica essenziale del rapporto tra individui e quella di far del proprio meglio per mettersi l’un l’altro a proprio agio.Un altro punto a favore della “visibilità”, una volta che se ne evitino i pericoli, è che il portatore di coscienza individuale viene più o meno confusamente percepito come insopprimibile dalla regia stessa del teatro dell’ego, in quanto forse con la sua incommensurabilità costituisce innascondibilmente l’unico vettore di mutamento possibile in un mondo di ruoli sclerotizzati, e permette ai teatranti l’escamotage di non vedersi, alla stregua di uno sciame, in un vicolo cieco evolutivo.La società umana attuale rimane tuttavia insieme eterogeneo di sciami o tribù, e come tale si comporta rispondendo spesso con la vox populi vox dei in base al campionamento di specifici sciami o alleanze di sciami, e non, come una coscienza individuale planetaria esige, sulla vox di un armonico “popolo degli uomini “.Gli sciami umani sono tendenzialmente nocivi all’organismo Terra, e questo ne controlla ambiti e sviluppo con certe sue “grattatine” che noi leggiamo come catastrofi o liberazione di energie omicide e distrutturici dell’opera dell’uomo su larga scala. Un modo gentile del pianeta per farci sentire che da gemma cullata nella nicchia più preziosa del Creato ci siamo degradati moralmente a livello di pidocchi, sciocche termiti che per inerzia tentano di minare l’eterna stabilità dei cieli e della Terra, riuscendo solo a deturparla momentaneamente e a provocare dei collassi locali le cui macerie sono sopportate assai meglio dalla natura che dalle nostre teste.Mi vien da suggerire un paradosso. A rigore, possiamo dire, in occasione dei recenti e attuali orribili eventi di omicidio di massa idolatrato o autorizzato, che larga parte del mondo organizzato nel teatro dell’ego si esprimeva in favore della guerra, ma trovo assai difficile pensare che questa sia interpretabile come una vera maggioranza, tenuto presente che lo schieramento in favore della guerra è numericamente diviso quasi a meta dai contendenti i quali in nessun senso possono venir considerati come membri di un’alleanza, in quanto, appunto, sono in condizioni reciproche di muoversi guerra brutale.Riamministrata dunque la quota di vox populi spettante rispettivamente ai sostenitori “guerra di x contro y”, a quelli “guerra di y contro x” e a quelli “bisogna trovare un altro modo ispirato alla saggezza e non alla brutalità”, sono certo che quest’ultima quota assumerebbe un’importanza numerica ben diversa sulla bilancia delle decisioni, anche in considerazione del suo alto “peso specifico” sul piano della capacità di previsione prospettica e soprattutto della dignità umana.
Venezia, 25/11/2001

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