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Cultura e Arte ..:Torna indietro:..
Les Coulisses de Venise - mostra fotografica di Serge Assier all`Istituto Romeno
di Umberto Sartory - inviato il 13/05/2002 (letto 1999 volte - 0 commenti)

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L'incontro con le fotografie di Serge Assier ha prodotto un subitaneo moto di simpatia nella mia anima di cittadino veneziano. Con i suoi scatti ha sezionato il tempo di questa città vorrei dire dal ''nostro'' punto di vista, cioè da quello di coloro che qui vivono e lavorano. Questo fotografo non si è concesso l'incanto delle innumerevoli sirene oleografiche e cartolinesche offerte dai grandi scenari paesaggistici e architettonici. Ha cercato i reconditi, i particolari di sfondo antropologici, espressivi e compositivi, le ''coulisses'', appunto o, come potremmo dire con l'idioma locale, ''le fodre''.Ha saputo cogliere così bene e in numero sufficiente, questi ''semi'' frattali, da costruire una funzione immaginativa capace di restituire raffinata naturalezza a una città che troppo spesso sembra annaspare nell'artifizio e nella noia.Esaminando a mia volta i ''reconditi'' dell'opera di Assier su Venezia, o meglio, in ciò che di quelle immagini mi è rimasto nella memoria, scopro l'inerente velocità agnitiva, in altre parole la straordinaria prontezza dell'occhio fotografico che ha consentito di riconoscere in frazioni di secondo intensità significative di espressione e associazioni compositive rilevanti.Ricordo una foto in particolare che a mio modo di vedere rende la gamma di questa rapidità.Essa raffigura e rappresenta attraverso una composizione nettamente bipartita e apparentemente contrappositiva.Il campo è diviso verticalmente, quasi in sezione aurea: sul lato sinistro la fuga di un muro di mattoni segna e riempie, per aprirsi con un taglio netto nel lato destro a una scena di vita, uomini con un carrello che scendono da un ponte.Marginalmente annoto che sinistra e destra, pieno e vuoto, scuro e chiaro, animato e inanimato, solidità-stabilità e leggerezza-movimento, sono fattori compresenti e visualmente separati.L'immagine, nella lettura che riesco a farne, agisce la sua ricerca di unità segnalando le morfologie accomunanti nella struttura dei due insiemi che costruiscono il soggetto e che per molti aspetti, come abbiamo visto, appaiono opposti. Quella geometrica dell'impacchettamento cilindrico, sottesa tanto al muro di mattoni quanto alle confezioni d'acqua minerale sul carrello, è forse l'unità morfologica scatenante, quella cioè che ha attivato l' ''occhio inerente del fotografo'' agendo con la velocità del riflesso incondizionato su affinità strutturali a livello di genoma.Solo così riesco a spiegarmi come Serge abbia potuto fissare un così ben architettato e pur così sfuggente ''Tai Tu'' (meglio noto come ''Ying e Yang'', il simbolo cinese che unifica la dualità), entro la feritoia aperta fra pochi decimi di secondo e lo spazio di poco più d'un metro.Una volta che si sia annotata la similitudine strutturale fra gli apparenti opposti, le interrelazioni concettuali che tessono l'unità formale dei due insiemi cominciano ad affiorare: per citarne due: i mattoni sono uno degli emblemi del lavoro dell'uomo, e uomini al lavoro ritrae l' ''opposto'' lato dell'immagine; gli uomini al lavoro nello specifico collaborano, sono quindi una squadra, e molteplici sono i significati che legano la semantica di questa parola al mattone...Non ho esaminato questa particolare foto perché la ritenga più ''felice'' o interessante di altre esposte. Anzi.Certo più felici e spettacolari sono il volto di bimbo incorniciato dal frullo d'ali, o la splendida simmetria luminosa della ''calle di mezzo'', ma proprio questa loro straordinaria efficacia rende pleonastica l'esegesi: l'immagine parla di per sé, e qualsiasi parola detta potrebbe solo sminuirne la valenza comunicativa, abbassandola dal piano dell'intuizione a quello della filosofia, dalla percezione pura al suo riflesso.Il ''mestiere'' di Assier va oltre l'occhio di falco del reporter. Molte sue immagini, anche se immuni dall'oleografia, hanno forte aroma di trementina. Il sapore pittorico della scena è a volte così marcato da far sospettare il lavoro di studio: il banco ottico, i modelli e la posa. L'inquadratura suggerisce e indica la scoperta di simmetrie, riesce a comporre sintassi complesse che coniugano in unica immagine la figura, l'interno, la natura morta, l'architettura, l'attenzione sociale e di costume: foto di studio, vien fatto di pensare; ma il marchio dell'istantanea si sovrappone indelebile, una marginale sbavatura nel taglio è pronta a contraddire, a testimoniare che quel delicato momento di sinergia estetica e di proporzione non è stato progettato e costruito ad arte, ma colto al volo: esso è esistito nello svolgersi naturale degli eventi, nel quale Assier lo ha colto e dal quale ha saputo distillarlo attraverso un'inquadratura quasi sempre ''quasi'' perfetta.La fotografia di Assier, oltre che alla pittura, ammicca anche al cinema, la sua prontezza e precisione d'inquadratura gli consentono di rivaleggiare con l'otturatore a croce di malta: i suoi scatti, anziché sezioni statiche del tempo divengono cinémi, unità elementari che sanno far sorgere la sensazione del movimento, come è il caso dello straccio della pulitrice al Florian o del gabbiano alle Beccarie. La foto in questi casi riesce ad andare oltre se stessa, a evocare istanti precedenti e seguenti lo scatto della tendina. La scelta del rapporto tempo di esposizione / apertura del diaframma è magistralmente calibrata, in modo che l'oggetto in moto si giustapponga e venga a risaltare in quanto soggetto “mosso” in un contesto perfettamente a fuoco e “fermo”. La tecnica è tanto efficace che il soggetto, come nel caso della pulitrice al Florian, non ha bisogno di impadronirsi del primo piano, può guidare su di sé l'attenzione e il fuoco prospettico dell'immagine anche occupandone pochi centimetri su piani lontani..Il suo affresco veneziano, infine, non manca di dettaglio nei primi piani, e lo assolve con una serie di ritratti emblematici intensi e tutt'altro che mummificanti, confermando in questa scelta tipologica quella opzione culturale di impostazione ermetica nel senso tradizionale del termine, già indicata dalla ricerca di unità fra opposti.

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