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Mare e Laguna ..:Torna indietro:..
4 novembre 1966: io c'ero!
di Luigi "Gigio" Zanon - inviato il 02/11/2006 (letto 6820 volte - 2 commenti)

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4 novembre 1966: io c'ero!


Le foto dell'alluvione dall'archivio di Luigi Zanon



Sì. Io c’ero!
E ho passato tutta la giornata con l’acqua fino alla cintura dentro la trattoria che gestivo: l’ Aquila Nera, in quel di San Bortolomio.
Erano già diversi giorni che pioveva e che stagnava uno scirocco da tagliare col coltello tanto era denso e umido.
Mia moglie, in attesa del mio primo figlio, era stata ricoverata in ospedale da alcuni giorni in quanto era previsto un parto non proprio ottimale, e io ogni mattina verso le sei andavo a trovarla per vedere come procedeva, poi andavo prima a far la spesa a Rialto, quindi ad aprire la trattoria.

Per quel 4 novembre, allora era giornata festiva e si faceva il ponte dei Santi, dei Morti e dell’anniversario della Vittoria del 1918, la spesa era già stata fatta essendo – appunto – giornata festiva; gli acquisti li avevo fatti il giorno prima, compreso il pane, che poi sarebbe tornato più che utile per i motivi che dirò.

Aveva piovuto tutta la notte e quella mattina mi accingevo ad andare verso l’ospedale dalla mia abitazione di San Lio, quando, arrivato giù del ponte delle “Paste” davanti al “Forner”, trovai che l’acqua era già alta.
Sopra la testa gravava una cappa di umidità e vidi che l’acqua non calava, bensì cresceva e velocemente. Aveva iniziato anche a piovere, di quella pioggia sottile e costante: proprio quella da scirocco.
Mi ricordai di quello che mi aveva detto tempo prima il buon Gigio Tolotti quando ci si andava a riparare dal maltempo nella sua casa del Torson de Sotto in Laguna Sud, riguardo il costruendo canale dei Petroli.

Gigio Tolotti era un vecchio pescatore che faceva i guardiano alla valle da pesca di casa Jesurum e abitava in una casa in muratura, ora del tutto scomparsa assieme all'isola su cui era costruita.
Quando andavo a pescare con altri amici col nostro sandolo facevamo tappa da lui e, quando c’era maltempo e non si poteva tornare a Venezia, ci si fermava davanti al caminetto ad ascoltare le sue avventure di caccia e di pesca.
Noi, oltre che andarci durante l’estate, ci andavamo soprattutto durante il periodo della "Fraima", ossia quel periodo che va dalla fine di settembre alla metà di dicembre; periodo durante il quale il pesce scende dalle barene per andare verso il mare sentendo l’avvicinarsi dell’inverno.

Fuori c’erano le draghe che stavano scavando il nuovo canale dei Petroli che sarebbe servito a portare direttamente le super petroliere fino al barenon de San Lunardo, vicino alle nuove casse di colmata che già avevano tombato tutta la Laguna da Fusina al canal Melison, canale che poi porta a Valle Averto e a Lova in Terraferma.

Gigio Tolotti ci diceva che tutto quello che stavano facendo in Laguna la avrebbe distrutta e poi avrebbe distrutto Venezia, e ci faceva osservare come la marea, già fin da allora e senza che il canale fosse terminato, entrasse velocemente perché non aveva più la barriera naturale delle curve del canalon Fisolo e poi Melison, che dal porto degli Alberoni portava su su fino alla Terraferma.
Fino ad allora infatti, quando i pescherecci entravano in porto, dal faro degli Alberoni per arrivare a San Lunardo dovevano girare a destra lungo il canale di Malamocco, quindi a sinistra per un bel pezzo e poi a destra ancora per entrare nelle barene e raggiungere la Terraferma. A Fusina non ci andavano perché non c’erano canali che potessero avere dei fondali adatti al loro pescaggio.
Questo nuovo canale faceva un "drissagno", come si dice in gergo, ossia tagliava tutta la barena in linea retta, quindi a San Lunardo girava a destra e ancora in linea retta andava verso Fusina.
Un vero e proprio sconvolgimento della Laguna!

Quella mattina mi ricordai della profezia di Gigio Tolotti, vedendo la velocità con cui la marea cresceva.
Rinunciai ad andare in ospedale e andai invece direttamente in negozio per vedere cosa succedeva.
L’acqua cominciava a entrare.
Iniziai subito a mettere al riparo dall’acqua, sopra le sedie, le cose che erano vicine a terra.
Ma l’acqua cresceva, le tolsi dalle sedie e le misi sopra i tavoli.
Non avevo stivali, perché non mi erano mai serviti, e me ne pentii amaramente quel giorno.
Dapprima giravo per il locale salendo sopra due sedie e usandole come trampoli, poi non bastarono nemmeno quelle, e andai a mollo.

L’acqua saliva, e io ero solo. Non facevo in tempo a mettere al riparo una cosa, che subito dovevo pensare a un’altra, in cucina dovetti mettere sopra i tavoli tutto quello che era messo a terra o nelle parti basse dei mobili.
In sala tutte le sedie erano sopra i tavoli, perché avevano iniziato a galleggiare.
I camerieri e i cuochi mi avevano telefonato che non potevano venire a causa dell’acqua alta, e quelli dalla Terraferma erano bloccati a Piazzale Roma con i vaporetti che non andavano. Solo ero e solo rimasi.

Telefonai a mia mamma, che abitava a Mestre, per tranquillizzarla: fu l’ultima telefonata, perché dopo i telefoni ammutolirono in tutta la città.
E continuava a piovere.
E l’acqua continuava a salire sotto il soffio del vento umido e caldo di Scirocco!

Il bancone di mescita iniziò a galleggiare con tutto il suo carico di bottiglie.
Spaccai i tubi di rame del motore del frigorifero, perchè, pensai, era meglio far fare una saldatura che comperare un motore nuovo, e lo misi sopra l’altro bancone. Questo non galleggiava perché era fissato a terra.
In magazzino l'acqua alta aveva rovesciato le damigiane di vino e le bottiglie – dopo che i cartoni si erano sciolti nell’acqua – iniziavano anche loro a galleggiare. Non mi rimase altro da fare che chiudere la porta perché non se ne andassero con la marea quando avrebbe iniziato a scendere.

Da fuori giungevano voci allarmanti: è crollata la diga di Càroman, Pellestrina è sommersa, il Lido è sott’acqua...
In Centro Storico le pantegane erano come impazzite e nuotavano in tutte le direzioni. Anche con loro avevo il mio bel da fare per tenerle lontane!

Verso le 11 mancò anche la luce, e fu il buio per tre giorni.
E l’acqua continuava a salire: mi era giunta ormai al bacino.

Tornai in cucina per cercare di sigillare le porte dei frigoriferi con dei canovacci perché i cibi non si deteriorassero, quindi misi il pane che ci avevano fornito il giorno prima sulla rastrelliera che c’era sopra i fornelli della cucina. Lì l’acqua aveva già sormontato le portelle dei forni.
Avevo una radio a batterie, e con quella sentivo le notizie dal resto del mondo. Non parlavano che dell'alluvione di Firenze e dell’acqua alta eccezionale di Venezia!
Facendo memoria, il livello del famoso novembre del 1951 era già stato superato da un pezzo.
E l’acqua saliva sempre: mi era giunta sulla cinta dei calzoni.
Non sapevo più cosa fare, e le notizie da fuori erano sempre più allarmanti.
Qua, pensai, faccio la morte del topo!

Due vecchiette che abitavano di fronte al negozio erano stabili sul balcone, guardavano e pregavano terrorizzate. Ogni tanto mi chiedevano cosa dovessero fare. "Pregare", rispondevo.

Verso le due del pomeriggio, visto che l’acqua saliva sempre, mi sono deciso ad abbandonare tutto e andarmene a casa. Presi la radio, quattro o cinque salsicce che erano appese al soffitto, due o tre pani dalla cucina e me ne andai.

Dal ponte della Fava vidi un mare di schiuma bianca di detersivo che seguiva la corrente: era il deposito di detersivi di una ditta che aveva i magazzini lì accanto nella calle. In campo della Fava l’acqua mi arrivava alla schiena e vi camminai immerso: con una mano tenevo alte le cose che avevo e con l’altra allontanavo dal mio percorso i detriti e le immondizie che galleggiavano.
Giunto a casa, mi accorsi che il gas non funzionava, così dovetti pranzare con le luganeghe crude!

A piano terra della mia abitazione abitava una vecchietta. Aveva una sola stanza e un bagno. Era seduta sopra la tavola che attendeva che l’acqua calasse! Piangeva guardando le sue poche cosa che galleggiavano.
Le ho detto di salire in casa mia, ma ha rifiutato perché – disse – aveva paura che gli portassero via quel poco che aveva. Nemmeno con la forza riuscii a smuoverla.
Lo Scirocco che incombeva era sempre stagnante ma aveva smesso di piovere.
La radio, intanto, dava notizie sempre più drammatiche soprattutto su Firenze, parlando poco di Venezia.
Dunque: luce non ce n’era, telefono neanche, gas neppure, da mangiare neanche, la TV, se non c’era la luce, non funzionava, e io da solo, con mia moglie in ospedale, stavo al balcone per vedere se l’acqua iniziava a scendere oppure se anch’io dovevo fare la fine delle pantegane che nuotavano impazzite in giro per le calli!
Finalmente verso le 5 del pomeriggio il tremendo vento di scirocco, "el cassador" come lo chiamiamo quando soffia per far salire l’acqua, cessò.

Non c’era la luce, non c’era telefono, non c’era gas: nemmeno in tempo di guerra eravamo messi così… e il buio di novembre incombeva!
L’acqua iniziò a scendere. Prima pian piano, poi sempre più velocemente, sempre più velocemente. In poche ore Venezia si svuotò quasi come per incanto.

Ero immediatamente tornato in negozio perché prevedevo che nello scendere l’acqua avrebbe portato davanti alle porte d’ingresso tutto ciò che galleggiava e poi sarebbe stato difficile aprirle.

Iniziai l’opera di recupero al buio, con l’ausilio solo di una torcia a batterie.
Mano a mano che l’acqua calava con dei secchi lavavo e levavo quello che potevo del salso dalle pareti, dai banchi, dal loro interno, ecc.
Finii alle 9 di sera.

Le calli erano un accumulo di immondizie: c’era di tutto, perfino un barca di fronte alla porta di ingresso dalla calle della Bissa!
Certe altre calli, dove qualcuno aveva il riscaldamento a nafta, erano nere dal carburante che era uscito dai serbatoi.
Limitai i danni che avrei subito nel ristorante, accorgendomi per tempo della nafta che galleggiava nella calle adiacente l’ingresso secondario e tappando con tovaglie e asciugamani le fessure delle porte per impedirne l’accesso.

Tornai a casa sfinito. Non avevo notizie di mia moglie, di mia mamma, di nessuno! Solo la radio con le batterie oramai mezze scariche.

Fuori era il buio più nero, qualche raro lumino o qualche rara torcia elettrica si intravedevano per le calli: erano dei disperati come me che andavano a casa o nei loro negozi a fare gli inventari di una giornata di novembre che avrebbe dovuto essere festiva.

Feci la stessa strada del pomeriggio: in campo scivolai sulla schiuma dei detersivi e feci la gimkana tra i cumuli di immondizie abbandonate dall'acqua e le suppellettili ormai inservibili che la gente buttava fuori dalle case.

La mattina dopo, il giorno 5, finalmente, potei andare all’ospedale per trovare mia moglie, alla quale dissi che era andato tutto bene e che non c’era stato nulla di eccezionale. Mi rispose che, se non c’era stato nulla di eccezionale, come mai le cucine dell’ospedale non funzionavano e perché da due giorni mangiava asciutto ed era al freddo?
Cambiai discorso.

Tornato al negozio, trovai tutti che mi aspettavano, e iniziammo a fare le pulizie.
Almeno l’acqua dolce c’era. Niente luce, niente telefono, ma il gas era tornato. Così iniziammo a scaldare qualche cosa, a farci del caffè caldo prima e un po’ di cibo caldo poi. Era dal giorno due che non mettevo nulla di caldo nello stomaco!

La desolazione in tutta Venezia è inenarrabile! Scene di disperazione da parte di negozianti che avevano perso tutto, gente che abitava ai piani terra che girava senza meta e chiedeva aiuto, chiedeva che almeno qualcuno li aiutasse a mettere in calle i mobili, i materassi oramai distrutti.

C’era una corsa ai pochi negozi di elettricità per accaparrarsi torce, pile, ecc. o anche candele nei negozi che ne avevano.
Il prete della chiesa di San Lio vendeva le candele votive, divise a metà, a 500 lire il pezzo. Orrore che si aggiungeva all’orrore!

Iniziammo a contare i danni in negozio. Le sedie che erano andate in acqua erano da gettare, invece i tavoli "tenevano"; il bancone che galleggiava con le bottiglie non si era rovesciato perché lo avevo legato alle colonne con delle tovaglie. Le damigiane piene che si erano rovesciate furono recuperate perché erano tappate bene e l’acqua stessa aveva fatto da sigillo, le bottiglie erano tutte senza etichetta: alcune furono recuperate ma molte altre sono state consumate da noi i giorni successivi perché non si sapeva che vino contenessero. I forni della cucina erano inservibili perché vi era entrata l’acqua, ma funzionavano i fornelli. I cibi dei frigoriferi furono immediatamente parte cotti e parte gettati via. Il pane che avevo acquistato in previsione della festività era diventato la nostra salvezza e la salvezza di altri vicini, che almeno potevano mangiare qualche cosa.
Iniziammo a lavare tutto con le pompe di acqua dolce. Da fuori si sentivano i Pompieri che percorrevano i canali per salvare qualche barca o aiutare le persone che ne avevano bisogno.

La paura di una replica, in previsione delle acque dei fiumi che sarebbero arrivate in mare, era enorme. Avevamo paura che il mare non ricevesse e che tornasse il maledetto Scirocco. Fortunatamente il vento girò a Bora e spazzò via l’acqua dalla Laguna e dal mare, portando splendide giornate di sole. Venezia era salva, e noi con Lei!

Il mio primo figlio nacque il giorno 11 novembre, quando oramai era tornata la luce e i telefoni funzionavano.

Mano a mano che sistemavamo le cose contavamo i danni e gettavamo in calle tutto quello che era stato danneggiato e reso inutilizzabile.
Già il giorno 5 di sera tutte le calli di Venezia erano piene di cose: mobili, stoffe, elettrodomestici, la più incredibile congerie di oggetti irreparabilmente irrecuperabili trasformò Venezia in uno spettrale bazar. Si passava per stretti sentieri in mezzo a tutto quello che fino al giorno prima era materiale commerciale posto in vendita.

Gli spazzini erano indaffarati a recuperare le tavole e i cavalletti che dovevano servire come passerelle per l’acqua alta, ma per la maggior parte erano stati portati in mare dall’acqua calante di dozana.
Le persone che abitavano ai piano terra erano nella più nera disperazione perché avevano perso tutto, così pure i commercianti i quali si erano trovati all’improvviso con i negozi completamente vuoti e impraticabili.

Ci misero una settimana per ripulire le calli e i campi principali, e poi iniziarono a pulire anche le calli e i campielli laterali e nascosti. La luce venne data solo dopo tre o quattro giorni, perché i trasformatori erano andati tutti danneggiati e dovevano attenderli da fuori città per sostituirli.
Il prete di San Lio era rimasto senza candele votive, le aveva vendute tutte a 500 lire per mezza candela…!
Per illuminare il mio negozio mi salvai accendendo le due lampare a gas liquido che solitamente usavo per andare a pesca. Costruii inoltre una lampada a gas di fortuna con un tubo di gomma e il cannello di rame che avevo rotto sollevando il motore del frigo. Sapevo di correre un rischio, ma era necessario "fare di necessità virtù", come si suol dire.

Alcuni giorni dopo, finalmente, tornò la luce e i netturbini, dopo aver fatto turni impressionanti di lavoro per portar via tutte le cose che c’erano per la calli, riuscirono a pulire tutta Venezia. Solo allora potè iniziare una disinfestazione su larga scala sia nelle calli che nelle abitazioni a piano terra.

Ma in tutta Italia si parlava solo di Firenze e dei danni alla cultura. Nessuno parlava dei danni di Venezia e del Veneto. Basti solo pensare che a Bassano il Brenta era salito di due metri sopra il ponte degli Alpini! A Pordenone il Noncello aveva invaso il Centro Storico e all’albergo centrale l'acqua era giunta quasi al primo piano. Nel Veneto avevamo avuto oltre cento morti; in Toscana 17!
Tutto il Veneto era andato sotto acqua, tutti i terreni, tutte le campagne erano state allagate. A San Donà di Piave c’era stato uno sterminio di bovini e di animali da cortile. Quei pochi che si erano potuti salvare erano stati posti sopra una collina nelle tenute di Furlanis.
Tutti i fiumi del Veneto erano straripati e avevano esondato nelle campagne.
Vi furono milioni di miliardi di danni, ma all’Italia interessava solo Firenze!
Il Veneto, come sempre, non interessava a nessuno. Il Veneto era ed è solo terra da mungere, da sfruttare!

Una settimana dopo ci giunse una notizia ufficiale: la Manhattan City Bank di New York aveva stanziato ben 600mila dollari (di quei tempi) per i primi soccorsi a Venezia.
Questi soldi arrivarono a Roma, e lì si persero!
Roma ci aveva rubato anche questi soccorsi.

Passata la sfuriata, e leccateci le grandi ferite che il 4 novembre ci aveva lasciato, ci ritrovammo in un gruppo di commercianti, di appassionati veneziani, di amanti di Venezia, ci costituimmo nel “Fronte per la Difesa di Venezia”, e iniziammo la nostra battaglia politica.
In seguito venne con noi anche Indro Montanelli…
Ma quella è altra storia.

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