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Bucintoro
English Text Testo Venessian

Antichi Giochi Popolari a Venezia

La Caccia al Toro

Joseph Heintz: Caccia ai Tori in Campo San Polo, 1650, particolare La caccia al toro si svolgeva solitamente in campo San Polo, con una dinamica simile a quella dell'omonima manifestazione a Pamplona in Spagna.
I tori che venivano sguinzagliati però, a differenza di quelli spagnoli che sono giovani, forti e irascibili, erano animali vecchi e bolsi, quando non addirittura dei buoi.
Liberi o legati con funi alle corna, i poveri animali, dopo aver subito maltrattamenti e lazzi dagli umani (si fa per dire, ché erano più bestie loro dei tori), venivano sbranati dai cani e macellati.

Una forma meno giocosa di tauromachia riguardò un toro e dodici maiali che il Patriarca di Aquileia doveva versare come tributo al Doge in seguito a una ribellione contro la Serenissima ordita dal suddetto Patriarca assieme a dodici feudatari friulani, per il controllo delle saline di Grado.
Il toro e i dodici maiali, allegoria del Patriarca e dei suoi accoliti, venivano ogni anno formalmente condannati a morte dalla Magistratura Veneziana e la sentenza veniva eseguita in piazza San Marco mediante sbranamento da cani. Quando gli animali giacevano sfiniti, venivano macellati e le carni distribuite ai nobili poveri.
L'evolversi civile del Governo Veneziano proibì questa usanza crudele nel 1245. Sopravvisse invece, finché sopravvisse la Corporazione dei macellai, l'usanza di decapitare un bue d'un sol colpo come prova di maestria da effettuarsi in pubblico il giorno di giovedì grasso.


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La Gatta

La gatta Un gioco molto crudele, in voga fino al tardo settecento in occasione delle feste popolari prevalentemente in zona di Santa Maria Formosa.
Consisteva nel legare una gatta in verticale su di una tavola, per mezzo di cinghie di cuoio che ne avvincessero l´addome lasciando libere le zampe. I concorrenti, a capo rasato e proteggendosi il viso con le mani, dovevano riuscire a uccidere il povero animale con il minor numero di testate possibile.


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L'Anguilla in Barile

Questo gioco, rimasto in voga fino a non molti anni or sono e che ancora viene talvolta riproposto in qualche festa di quartiere, consiste nel riuscire ad afferrare con i denti un´anguilla che nuota in una tinozza d´acqua annerita con l´inchiostro di seppia.


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I Pugni

Antonio Stom: Ponte dei Pugni a San Barnaba Disfida pugilistica e non solo fra due coppie di campioni appartenenti alle due compagini in cui la città si divideva per l´occasione: i Nicolotti (abitanti della zona di San Nicolò dei Mendicoli, inclusiva di Santa Croce, San Polo e parte di Dorsoduro e Cannaregio) e i Castellani (zona San Marco, restante parte di Dorsoduro e Cannaregio, Lido e, naturalmente, Castello).

Lo scontro avveniva in prevalenza su alcuni ponti senza parapetto: i campioni prendevano posto ai quattro angoli, marcati ciascuno con una sampa (impronta di piede) intarsiata in marmo nella pavimentazione, mentre sui due lati del ponte e sulle rive si accalcavano le opposte folle di partecipanti, alcuni armati di lunghe pertiche con cui sostenere i propri lottatori e spingere in acqua gli antagonisti.

Si possono ancora vedere le sampe di marmo sul ponte Diedo a San Marziale e sul ponte dei Pugni a San Barnaba; anzi quelle su quest´ultimo, rimosse in occasione di un cosiddetto restauro del ponte, sono state sostituite con copie malamente profilate nel 2005, secondo il costume del tempo...

Negli ultimi secoli della Repubblica, la sfida pugilistica fra Castellani e Nicolotti fu sostituita da una più civile competizione atletica: le Forze d´Ercole.


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Naumachia

Leggere barche con agguerriti equipaggi armati di aste con punta imbottita che cercano di "disarcionarsi" a vicenda. Questo gioco viene ancora rispolverato in occasione di qualche manifestazione carnevalizia.


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Le Forze d'Ercole

Le Forze di Ercole Erano esercizi di destrezza, agilità ed equilibrio. Un tavolato veniva steso su alcune botti (se il gioco si svolgeva sulla terraferma) o sopra due chiatte (se invece si svolgeva sull´acqua); su questa instabile base, gli atleti dovevano formare piramidi umane che a volte raggiungevano gli otto piani.

Alla base si ponevano 10 / 12 uomini chiamati saorna, cioè zavorra (i porteurs del circo odierno) che si consolidavano tra loro sostenendo con le spalle dei regoli di legno, mentre sulla cima saliva un fanciullo che prendeva il nome di cimiereto. Il cimiereto si esibiva in capriole e salti mortali (tombolo o impalo).

La piramide aveva intento figurativo o allegorico, fra le più famose si ricordano: "Il Colosso di Rodi", "La Cassa di Maometto", "La Bella Venezia", "L´Unione", "La Verginella" "La Gloria" e "La Fama".


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