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Storia di Venezia
Storia di Venezia,
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Almanacco Storico di Venezia
Almanacco
Storico
di Venezia



 

Il primo di una spero lunga serie di articoli sull'evoluzione storica di Venezia. Gli articoli sono stati compilati come florilegio di citazioni da Carlo De Paoli, che ha raccolto in questi appunti il frutto delle sue letture e della ricerca Internet. L'Autore non è quindi un esploratore d'Archivio, come nel caso dell'Almanacco Storico Veneziano di Luigi Zanon pubblicato su altre pagine di veniceXplorer.net, ma un selezionatore di citazioni significative da fonti a stampa o a video.

Lo scopo di tale fatica nell'Autore è vivificare l'immagine dei Veneziani come Popolo Civile e grandioso, contribuire a che questa immagine e memoria non sia del tutto perduta in tempi per Venezia bui:
"Giro sempre con questi foglietti che distribuisco di qua e di là: la cosa è costosa, ti ringrazio perciò se lo pubblicherai su una qualche rivista; avrà così molta più visibilità di quanto possa fare io con le mie fotocopie".

La Serrata del Maggior Consiglio

La funzione della famosa Riforma nell'evoluzione della Politica Veneziana.

Storia di Venezia, Consiglio di Pregadi

Gabriel Bella, "il Consiglio di Pregadi"

Come noto, fin dai primordi della Storia repubblicana, l'elezione del Doge era appannaggio dell'Arengo; assemblea di Cittadini che concorreva, proveniendo da tutte le isole dalla Laguna, a eleggere il massimo responsabile del potere.

Con il tempo e il mutamento delle condizioni politiche e sociali interne ed esterne la Repubblica, fu ravvisata la necessità di apportare dei cambiamenti di carattere costituzionale.
La complessità dei rapporti internazionali richiedeva conoscenze sempre più specifiche da coloro i quali si occupavano della Cosa Pubblica: da tempo si erano istituite nuove Magistrature tese a soddisfare esigenze che richiedevano competenze approfondite: Consiglio dei Savi (1143), Consilium Ducis "1172", i Consiglieri Ducali formano il Minor Consiglio.
L'elezione del Doge è stata sottratta all'Arengo, al quale rimane soltanto un diritto formale di ratifica.

In città come Firenze, in cui le rivalità portavano subitanei passaggi del potere da una fazione all'altra, lo strumento consueto per effettuare il passaggio era un'Assemblea Generale del Popolo, di cui era relativamente facile carpire il favore, e che poteva essere tirata da una parte all'altra da mutamenti di umore o da intimidazioni.

Il Maggior Consiglio di Venezia, che sostituì completamente l'Assemblea Popolare come organo supremo, non poteva essere così manipolato.

Negli altri Stati italiani, il passaggio dal Comune al dispotismo della Signoria, avvenne spesso con l'aiuto dei Consilii Popolari i quali, nel cambio, furono i primi a rimetterci in termini di libertà e in termini economici.

Il formarsi di sempre nuove Magistrature in Venezia corrispondeva a un parallelo ridimensionamento del potere del Doge.
Tra il 1207 ed il 1222 il quadro si allarga: nasce la "Quarantia". Nel 1255 nasce il "Consiglio dei Rogati (Pregadi), destinato a diventare il Senato della Repubblica.
In Venezia la durata in carica nelle Magistrature era molto breve, lo sarà per tutta la durata della Serenissima.

Negli anni 1261/62 vengono elette complessivamente, in vari momenti, quattrocentotrenta persone per mantenere permanentemante occupati i cento seggi del Maggior Consiglio. Tra questi ben duecentoquarantadue, cioè più della metà, appartengono a ventisette famiglie.
Se si ripete la conta quattordici anni dopo, sui cinquecentosettantasette eletti la composizione non si è punto allargata. Le variazioni, alquanto modeste, sono all'interno dello stesso gruppo di famiglie.
Sono sempre gli stessi nomi, vi si ritrovano tutti quelli che appaiono nelle firme del primo documento del Consilium Sapientium del 1143 e quasi tutti quelli che si incontrano negli atti del 1163 in poi.

Il potere è dunque cristallizzato di fatto, da almeno cento anni, nello stesso giro, abbastanza ristretto, di famiglie se non di persone; verso la fine del secolo XIII la classe politica veneziana si trova di fronte a un problema di considerevolissima portata.

Senza grandi scosse, l'Assemblea Popolare è stata privata dei poteri decisionali già di sua spettanza e soprattutto dell'elezione del Doge; il Doge è stato privato via via di tutte le sue prerogative sovrane, è diventato un Magistrato.
La preoccupazione principalissima alla base di questo processo è sempre quella di allontanare a ogni costo la possibilità dell'instaurazione di una dittatura, o di una signoria, di un potere, insomma, personale o familiare.

D'altra parte, il potere è finito per confluire in un gruppo dirigente troppo ristretto: in pratica, lo Stato veneziano è controllato da non più di una quarantina di persone.

Quando i Capi della Quarantia, nel 1286, propongono che venga automaticamente riconosciuto il diritto all'eleggibilità per i discendenti di coloro che avessero già fatto parte del Maggior Consiglio in passato anche remoto, Essi non hanno quindi in mente l'esclusione di questa o quest'altra categoria di possibili eletti quanto, piuttosto, l'allargamento della partecipazione al Consiglio.
Il Governo di Venezia stava diventando un'affaire de famille per una parte troppo ristretta della Nobiltà, non più rispondente all'espansione economica e politica di una città di forse ottantamila abitanti, che controlla un vasto impero coloniale.

Si cercava, senza dubbio, di fare leva sulla possibilità di reintrodurre in Consiglio persone o gruppi di persone che ne erano stati via via eliminati; di allargare la partecipazione a famiglie che non erano riuscite a introdurvi una presenza numerosa quanto quella delle Casate maggiori.

La proposta non fu accolta, e non lo fu, contrariamente a quanto si continua a ripetere, proprio perché prevalse l'opinione di coloro che desideravano che il gioco politico non si allargasse. Lo stesso accadde dieci anni dopo: i conservatori erano rigidi nel pretendere che la meccanica elettorale rimanesse nelle loro mani.

Finalmente, il 28 febbraio 1297, il Doge Pietro Gradenigo presentava con successo una nuova proposta: a titolo di esperimento, per sei mesi rinnovabili, siano ammessi al Maggior Consiglio, previo voto favorevole della Quarantia, coloro che ne hanno fatto parte dall'ultimo quadriennio in addietro. Gli altri, cioè - come fu esplicitamente spiegato più tardi - tutti i discendenti di coloro che erano stati membri del Maggior Consiglio fino al 1172, potevano essere eletti da un Collegio di tre Elettori, secondo il sistema consueto e sempre salva convalida da parte della Quarantia.

Alla stessa prassi dovevano sottostare coloro che avevano perduto l'elezione al Maggior Consiglio negli anni precedenti per essere stati assenti o essersi allontanati da Venezia.

La cosiddetta Serrata non fu dunque, ripetiamo, che un altro tentativo, sia pure limitato, di allargare la partecipazione alla massima Assemblea Costituzionale e alle sue decisioni.

Fu un tentativo riuscito: da cento Membri effettivi, più il Doge, la Quarantia, il Pregàdi, il Minor Consiglio e i titolari delle Magistrature giudiziarie ed economiche, che portarono a un totale di cinquecentoeottantasei votanti nella votazione per la riforma, il nuovo Maggior Consiglio salirà prestissimo a novecento membri. Nel 1311 ne avrà millediciassette; milleduecentododici nel 1340.
Per il 1338 è possibile valutare con sufficiente esattezza la popolazione di Venezia in centomila abitanti: del Maggior Consiglio nel 1340 fà parte un Cittadino veneziano su 82,5.

Questo dato ci permette un'altra osservazione sul significato della cosiddetta Serrata. Nel 1340, dunque, un abitante di Venezia su 82,5 era membro del Maggior Consiglio, ma al M.C. potevano prendere parte soltanto Cittadini di sesso maschile; il rapporto tra il numero dei componenti del Maggior Consiglio "serrato" e la popolazione maschile doveva essere assai più favorevole di quello del M.C. "aperto".

Ciò fa giustizia anche dell'affermazione, infinite volte ripetuta, che la cosiddetta Serrata avesse tenuto stretto il potere nelle mani dei "grandi uomini d'affari".
Non è infatti pensabile, pur con tutto il rispetto per le meravigliose attività economiche della Venezia del Due e Trecento, che un veneziano su 82,5 fosse un "grande uomo d'affari", e nemmeno che i "grandi uomini d'affari" fossero in così grande maggioranza da comporre e da controllare un'Assemblea che giungerà a contare, nel Cinquecento, fino a duemilanovantacinque membri.
Questo sarebbe stato possibile se l'Assemblea fosse rimasta quella di trentacinque, di settanta, o anche di cento o più membri eletti da commissioni ristrette o ristrettissime.

Che poi i ricchi fossero maggioranza, non è affatto dimostrato; tra gli eletti del Maggior Consiglio c'erano sempre stati anche dei meno abbienti, e quella dei nobili poveri sarà una delle piaghe politiche e sociali di Venezia attraverso i secoli.

In contraddizione col principio dell'allargamento, era la tendenza a concludere l'operazione bloccando l'accesso al potere di coddetti "uomini nuovi". Questi accessi però furono sempre possibili e, infatti, realizzati più volte, specie nei primi tempi.

Nasceva così (ed è questo il vero significato "aristocratico" della Serrata) un Patriziato, cioè una classe di governanti.
Ma la nascita del Patriziato, con i provvedimenti successivi, che, via via, faranno del Maggior Consiglio un "consiglio nobile", veicolava in sé valori generalizzati.

Primo fra questi, l'assoluta uguaglianza tra gli appartenenti, in quanto membri alla pari di un'Assemblea Politica.
Poi il complesso di doveri che scaturivano direttamente da quell'appartenenza: I.E., chi veniva chiamato alla Carica non vi si poteva sottrarre.

Prima che il Patriziato assuma le proprie caratteristiche definitive passeranno molti decenni ancora; l'istituzione del Libro d'Oro giungerà addirittura dopo più di due secoli, nel 1506 e nel 1526.

L'appartenenza ereditaria a vita al Consiglio assicurava a tutti i membri della classe dirigente che non ne sarebbero stati esclusi da un giorno all'altro.
Essi erano "rinchiusi" all'interno di un ruolo garantito nella vita politica veneziana; è in questo senso la riforma del 1297, a ben meritare il nome di "Serrata", con cui infatti viene tradizionalmente indicata dagli storici.

Come già detto, il principale effetto moderatore della riforma fu opposto al significato del suo nome e derivò semplicemente dall'aprire la partecipazione al potere di tante famiglie diverse, quasi duecento.

Il Gradenigo, insomma, rafforzò il dominio dell'Aristocrazia ampliandone le file.
Diventò meno difficile trovare dei nobili che agissero in modo imparziale.

Un giurista e pensatore politico quasi contemporaneo, Bartolo da Sassoferrato, il quale loda la buona riuscita del regime aristocratico veneziano, considerava questa ampiezza essenziale.
"Quello di Venezia, - dice Bartolo - è un regime che va sotto il titolo di Governo dei Pochi; ma, - prosegue - sebbene siano pochi a paragone dell'intera popolazione cittadina, essi sono molti a paragone di coloro che dominano in altre città, e poiché sono molti il Popolo accetta di buon animo di esserne governato.
Anche, essendo molti, è più difficile che siano divisi fra loro; e inoltre un buon numero di essi sono uomini di modesta ricchezza, che in una città sono sempre un fattore di stabilità
".

Questa architettura costituzionale contribuì largamente alla tolleranza e libertà che tutto il mondo riconobbe a Venezia. Petrarca, che amava Venezia (e che le donò la sua biblioteca, NdE), era amico del Doge Celsi e prima di lui di Andrea Dandolo; si esprimeva così nei confronti della Città e del regime che la guidava:
"... quale Città unico albergo ai giorni nostri di libertà, di giustizia, di pace, unico rifugio dei buoni e solo porto a cui, sbattute per ogni dove dalla tirannia e dalla guerra, possono riparare a salvezza le navi degli uomini che cercano di condurre tranquilla la vita: Città ricca d'oro ma più di nominanza, potente di forze ma più di virtù, sopra saldi marmi fondata ma sopra più solide basi di civile concordia ferma ed immobile e, meglio che dal mare ond'è cinta, dalla prudente sapienza dé figli suoi munita e fatta sicura".

Anche il Guicciardini, poco dopo, esalta il Governo di questa Repubblica e lo pone a esempio sopra ogni altra Comunità:
"... è il più bello e il migliore non solo dei tempi nostri, ma ancora che forse avesse mai a' tempi antichi alcuna città".

L'Italia è travagliata da continue guerre di conquista o di prevaricazione delle Signorie sulle Repubbliche: la Repubblica di Firenze viene rovesciata a vantaggio della Signoria Medicea d'obbedienza Imperiale; vengono soppresse le Repubbliche di Siena e Montalcino, quasi ogni altro Libero Comune Italico si rassegna nelle mani dispotiche o illuminate di una sola Famiglia.
Tra queste calamità, sola in Italia, rifulge la Serenissima, in grado ancora per secoli di garantire una notevole dose di libertà di coscienza e una certezza del rispetto della persona umana nella legalità. Questo stato di cose metteva in bocca a un Professore padovano, nel 1555, l'entusiastica apostrofe:
"Venezia, ricetto di libertà, porto tranquillo di quiete, meravigliosa armonia delle mondane cose".

Nella penna di Gabriello Chiabrera i noti versi su:
"L'adorno seggio ove la cara libertà ripara".

A Venezia anche i protestanti sono liberi di esprimere le proprie convinzioni e di predicare: molti approfitteranno di questa libertà. Così l'eretico Franco Stancaro, riparato a Basilea, può scrivere:
"Se tal Repubblica non vi fosse, bisognerebbe istituirla".

A cura di Carlo De Paoli

 

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