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Appunti da: "STORIA di DALMAZIA"

di Giuseppe Praga, ed. Dall'Oglio 1981

A cura di Carlo De Paoli

Panorama della Costa Dalmata

Le Città e le isole della Dalmazia sono Romane per Cultura, Civiltà e Costumi: nel 212 D.C. vedono accordata ei propri cittadini la Cittadinanza romana.

Profonda in quei territori è la vita spirituale e civile:
Da questo ambiente, intensamente cristiano, usciranno uomini storicamente memorabili: primo fra tutti San Girolamo (330-420); il grande Padre della Chiesa, nativo di Stridone ai confini della Pannonia; San Marino (301) nativo di Arbe e fondatore dell'omonima Repubblica sul monte Titano; i Papi Caio (283-296) e Giovanni IV (640-642) e forse quel Pietro - presbiter Illirica de gente - che tra il 422 e il 435 eresse sull'Aventino la Basilica di Santa Sabina.
Già nel secolo III la Dalmazia dà a Roma quattro Imperatori: Claudio II (268), Aureliano (270), Probo (267-282) e Diocleziano (284-305).
Quando poi nei secoli IV e V, i confini sono corsi dai barbari, e tutte le Provincie piegano le Insegne, quando l'Italia e Roma subiscono l'oltraggio della conquista, della dominazione e del saccheggio, quando tutto intorno incominciano ad addensarsi le ombre del Medio Evo, la Romanità dalmata sopravvive intatta e pura, senza la minima incrinatura.
La frattura ideale che a Roma e nell'Occidente si opera con la calata dei barbari e la deposizione di Romolo Augustolo non tocca la Dalmazia, la quale anzi eredita, raccoglie e si fa depositaria dei più eccelsi e nobili attributi della Romania, assumendosi la missione di risollevare e di continuare l'Impero.
Anche la lingua, la civiltà, la vita, rimasero e si conservarono pienamente latine.
Gli scrittori bizantini quando parlano dei Dalmati li chiamano Românoi, Romani, non Romaîoi, Romei sudditi dell'Impero di Romania; gli scrittori occidentali li chiamano Latini.
Arena Romana di Pola, Dalmazia

Arena Romana di Pola

Ben è vero che la plurisecolare permanenza nella compagine dell'Impero d'Oriente determinerà in Dalmazia la ricezione di Istituzioni, costumi, cose e parole greche, ma tali ricezioni saranno di gran lunga meno numerose che nell'Italia Meridionale e, non che incrinarne la latinità, saranno per i Dalmati quasi la linfa vivificatrice e il siero preservatore dai contagi che andranno corrompendo la Latinità nella vita Occidentale.
Sul finire del secolo VIII la Dalmazia è a tal punto immunizzata che può coraggiosamente e vittoriosamente affrontare e sostenere l'urto del deprimente, dissolvitore e asservitore mondo feudale.

La massa slava, sospinta e trascinata dagli Avari nella penisola Balcanica, si presenta tra il VII e l'inizio del IX secolo come un complesso informe e indistinto, senza lineamenti etnici precisi né fisionomia politica".
Tra le popolazioni trascinate dagli Avari, come un fiume in piena e dopo la tracimazione lasciate come depositi alluvionali lungo la costa, ci sono: Croati, Narentani, Pagani o Mariani (tribù non slava, probabilmente Vikinga), Zaculmi, Terbuni e Diocleati. La vicinanza con queste popolazioni, nei secoli futuri, sarà sempre problematica.
Verso la metà del secolo X l'Autorità di Bisanzio sulla Dalmazia si è affievolita: con la cessazione del pagamento dei contributi locali, la Capitale invia in provincia funzionari di rango inferiore.

Già sul principio del secolo X lo stratego Costantino ha il semplice titolo di Magister (Militum). Nella seconda metà dello stesso secolo, Costantinopoli addirittura non invia più i suoi Funzionari ma investe della rappresentanza imperiale il più ragguardevole Cittadino di Zara, al quale conferisce il titolo di Proconsul Dalmatiarum (Anthypatos).

Ciò porta a un rallentamento dei vincoli con il centro e a una maggior affermazione di autonomia. Comincia il processo di dissolvimento del tema, che a poco a poco si sfalda per far posto ai Comuni.

Veduta di Zara

Veduta di Zara

Nel Secolo XI troviamo la Dalmazia di fatto divisa in due parti: la Settentrionale con Spalato tesa ad affermare la sua giurisdizione sulla Croazia mentre Cattaro, nella parte Meridionale, più filo-Imperiale, si appoggia all'Aristocrazia bizantina pugliese.
Ragusa, dal canto suo, parteggia per i Normanni che, eliminati gli ultimi Possedimenti bizantini nel Sud d'Italia, sbarcheranno a Durazzo proprio con il sussidio della potente flotta ragusea. Scopo di questa traversata è raggiungere l'antica via romana Egnazia per portare l'esercito davanti le porte di Bisanzio stessa.
L'Impero e Venezia si sentono minacciati da queste intenzioni: reagiscono quindi con una serie di campagne militari, marittime e terrestri, che alla fine bloccheranno e respingeranno oltre l'Adriatico la pericolosa Dinastia normanna di Roberto il Guiscardo (l'Astuto).

Questa divisione della Dalmazia rispecchia gli interessi delle singole città, parteggianti di volta in volta per la Casa Ungherese, per Venezia, per l'Impero (ancora per poco) o per la monarchia che si viene a fondare nel Sud d'Italia, caratterizzerà le vicende dei secoli sucessivi attraverso i mutamenti politici: i regimi comunale, comitale e podestarile si succederanno simultaneamente a quelli delle altre città italiane. I cambiamenti non avverranno senza scosse.

Fortezza Veneziana a Budva

Fortezza Veneziana a Budva

Alla fine del XIV Secolo a contendersi l'Autorità sulla Dalmazia troviamo Napoletani, Ungheresi, Bosnesi. Specialmente verso i Bosnesi, infidi e violenti, in tutti i Comuni da Cattaro a Zara si viene a concepire un'avversione invincibile.
Nell'impossibilità di realizzare l'indipendenza assoluta si pensa con nostalgia al Dominio veneziano, lo si desidera e lo si invoca.
Come in un limpido specchio, questa situazione e questo stato d'animo si riflettono nella commovente profferta di sè e delle proprie cose, che gli Ambasciatori di Cattaro ripetutamente fecero a Venezia nel gennaio 1396:

Leone Marciano a Budva

Leone Marciano a Budva

Erano sempre stati figlioli e servitori della Repubblica. Non potendo più resistere agli assalti dei vicini, il loro Comune, che contava 10.000 uomini, doveva pur sottomettersi a qualcheduno da cui aver protezione. Ma non volevano darsi né agli Albanesi, né agli Slavi, che li avrebbero distrutti affatto: piuttosto ai Turchi, da cui non sarebbe stata tanto prossima la loro distruzione. E sarebbero stati scusati davanti a Dio e al Mondo, perché lo avrebbero fatto malvolentieri, sebbene cattolici sempre, per il passato e per l'avvenire. Perché Venezia non li voleva? Le loro Terre erano site al mare, ricche di porti, di boschi e di maestranze, utili alle galee e ad altre navi. Che ragione c'era? Pronti a rimuovere ogni ragione, ogni ostacolo, a prezzo anche delle loro persone, a prezzo delle loro carni!

Il Cancelliere Dogale non poté non annotare che all'udire quelle parole di umiltà i severi volti dei Senatori si atteggiarono alla commozione. Non fu tuttavia possibile accogliere l'amoroso grido perché Venezia, rispettosissima della Legalità, non trovava ancora una base giuridica d'acquisto.

Di fronte al determinarsi di queste simpatie, Bosnesi, Napoletani e Sigismondiani agirono in modo tale da spingere sempre più i Comuni verso Venezia. La Corona di Santo Stefano fu veramente disonorata in quel tempo. La corte di Sigismondo, dove da qualche anno s'era annidata una cricca di cortigiani avidi, calunniatori e bugiardi, che non rifuggiva da nessun mezzo per procurarsi potere e ricchezza, si distingueva per estorsioni, sopraffazioni e inganni di ogni genere.

Iscrizione Veneziana a Budva

Iscrizione Veneziana a Budva

Questo era il clima di violenza sotto il quale si torcevano tutte le Città e le isole della Dalmazia; con il trascorrere del tempo più che migliorare le cose peggiorarono.
Tutte le Città dalmate erano oppresse o dagli Ungheresi, o dagli Slavi, o dai Napoletani e subivano espropri forzati: le norme degli Statuti, che pure questi occupanti si erano impegnati a osservare, erano disattese e costantemente violate.
Queste Popolazioni di alta civiltà e cultura si rendevano conto di quanto quelle dinastie d'oppressori usassero le loro leggi come facili grimaldelli per disgregare il tessuto civile, sociale ed economico: ora l'una e ora l'altra, queste Città volsero lo sguardo a Venezia.

Porta nelle Mura Veneziane di Zara

Porta nelle Mura Veneziane di Zara

La situazione per Ladislao Re di Napoli divenne insostenibile, ma la conquista a suo tempo effettuata su alcune zone della Dalmazia rappresentava pur sempre un attivo per lo meno giuridico, così offrì a Venezia la cessione dei suoi Possedimenti e dei suoi Diritti su quei Territori. Venezia accettò.

Zara volle darsi di propria volontà a Venezia: al grido di "Viva San Marco" il popolo inalberò il Gonfalone Marciano. Il 31 luglio 1409 Venezia entrava in città.

La giornata del 31, nei fasti zaratini, rimase una delle più memorabili. Il Popolo prese a celebrarla come la sua Festa e a poco a poco la santificò chiamandola la "Santa Intrada". Attorno a Zara si saldarono per dedizione altre città, borghi e castelli.

Negli anni seguenti mano a mano che le condizioni politiche lo consentivano altre città si diedero a Venezia.
Cattaro non aveva atteso che la Repubblica inviasse la sua Armata in Dalmazia: già nel 1420, aveva inviato Ambascerie a Venezia per offrire la città.
Era la sesta volta, dal 1396, che i Cattarini rinnovavano l'affettuosa invocazione. A metà del marzo 1420 il loro voto fu finalmente esaudito. Nel 1414 i Cattarini, offrendosi per la quinta volta, avevano detto che la loro Città aspettava la venuta di Venezia "con l'avidità degli antichi Patriarchi che nel Limbo attendevano la discesa di Cristo".
Nella loro voce era la voce di tutti i Dalmati.

Veramente il Gonfalone Marciano, dato al vento in tutte le piazze, da Arbe a Cattaro, significò l'instaurazione di un regime liberatore che assicurò alla Dalmazia pace, libertà, sicurezza e continuità di Storia per i secoli a venire.

Leone di San Marco a Traù

Leone di San Marco a Traù

 

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