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Poesia "Giro di boa" ed. Joker
di Fabia Ghenzovich - inviato il 04/05/2007 (letto 2270 volte - 0 commenti)

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Poesia "Giro di boa" ed. Joker
Giro di Boa di Fabia Ghenzovich
Edizioni Joker, Novi L. (AL), pp. 80, € 11(acquisti on line)

Questo libro di Fabia Ghenzovich offre poesia onesta, nel senso che parla esattamente e solo di ciò che sa, perché inscritto nel proprio corpo e nella propria esperienza. Che tuttavia non si chiude nel privato ma si ricollega e richiama un’esperienza più ampia e antica. L’esattezza è cercata con forme incise, scalfite al centro della pagina come su una lapide. Forma che evoca la misura con la morte, la sua perdita, il suo nulla. Ma non è il nulla in cui si rotolano le propaggini del pensiero occidentale. È un nulla fenomenologico di chi accetta il circuito vitale, in cui agisce anche la morte: “Cerchio compiuto è la morte/ cerchio compiuto e ininterrotto”(p.74), ultimi versi del libro in cui quello finale rovescia, riaprendo e alleggerendo, la chiusura e pesantezza del precedente. Se la morte continua, implica l’ininterrotta prosecuzione del suo opposto.
Al centro della pagina e di questa scrittura è posto dunque l’incessante moto vitale, il che comporta una responsabilità e dunque un’etica soggettiva chiamata a inventare in tale moto giri di boa, proprio dove sembra che tutto finisca. Per farlo non basta il pensiero, occorre anzi allentare un po’ la sua pur forte cogenza, per attivare le lingue dei sensi, aprirsi a una rinnovata capacità di stupore e rinascita. Ritrovare insomma contatto con la parte adolescenziale, quella che sa riattivare l’immaginazione “in un moto leggero/ di riverberi e piccole onde” tra “luce e ombra”, “così vicine in un solo indistinto/ toccarsi fino a cedere/ di nuovo all’alba.”(p.44), che sente “la terra / respirando”, o avverte come “Mentre cade l’ultima foglia/ basta un brivido di vento/…/ quale brezza d’estasi sia/ quel volo”(p.45).
Squarci di candore ma senza ingenuità, di chi è conscio della necessità di usare “linguaggi diversi”, in relazione alle materie (interne o esterne) da tradurre in testo, guidata dalla tensione erotica a trarre dal “fondo nero” (paura o morte che sia) “Forse la mia stella”, del destino e del senso nel grumo di vita toccato.
È tale tensione e adiacenza al corpo che evita al senso civile espresso cadute retoriche. Si intrecciano così e si alternano gocce di sintesi e sequenze di ritmi rap, levità e grevità, candori e occhi negli orrori delle guerre in atto: “Guasto nasce il Millennio”(p.5) e “Campo di battaglia è il mio corpo/…/ che non sia carne soltanto e indifesa/ che sia il cuore centro motore del domani.(p.8); e dunque cercare “Sui crinali dell’anima/ corpi elettrici/…spazi senza tempo/ i luoghi dell’amore/ cristalli di fuoco dentro.”(p.9).
Chi non si sente supina “figlia di Metropoli”(p.20) avverte: “lo vedi sempre da sotto si leva/ lieve ardita vela”(p.22), “uno spiraglio d’allegria/…/ una vaga sponda”(p.23) di un mondo altro che tra “Giochi di guerra” cerca modi di “essere vivi”(p.27).

recensione di Adam Vaccaro(presidente Ass. Milanocosa)

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