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Strategia di lavoro per la Repubblica: due Secoli di calunnie contro Venezia
di Umberto Sartori - inviato il 23/04/2011 (letto 3449 volte - 0 commenti)

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Strategia di lavoro per la Repubblica: due Secoli di calunnie contro Venezia

La riabilitazione storica di Venezia come primo impegno della militanza repubblicana

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Due secoli di calunnie contro la Repubblica di Venezia

Dal punto di vista sociologico, il Centro Storico di Venezia e l’equilibrio idrostatico lagunare che ne permette l’esistenza, sono frutto e testimonianza di un antico sistema politico unitario, nel quale la Repubblica è sovrana tutrice anche di ogni bene personale.
Essa inizia il suo dominio protettore dove termina il senso e il potere della proprietà privata.

Convinto di questa gerarchia che vede il Bene Comune come fonte di ogni benessere del singolo, e volto allo scopo di costituirsi in Civiltà governata da eque leggi, il Popolo Veneziano ha dato all’Europa la più duratura, stabile e vincente forma di Repubblica che la Storia ricordi.
Questa Repubblica garantì ai suoi Cittadini, e ai Popoli che la scelsero come Dominante, i più lunghi periodi di pace e prosperità, giungendo a fissarsi nella gratitudine storica anche di coloro che fieramente aveva dovuto sottomettere.

Non è retorica ma Storia testimoniata dalle Opere, la fedeltà alla Repubblica delle conquistate coste Slave dall’Istria a Cattaro, o l’eroica resistenza all’invasore napoleonico di Bellunesi e Veronesi; ancora oggi i movimenti indipendentisti veneti, pur conflittuali fra loro, si accomunano nel vessillo di San Marco e nel nome di Venezia.

La Repubblica Veneta conseguì il suo straordinario successo grazie alla concordia del suo Popolo e soprattutto alla sinergia fra sacerdoti e laicato che riuscì a realizzare.   Una sinergia politica, commerciale e, all’estrema occorrenza, militare che fruttò a Venezia l’appellativo mondiale di “Serenissima” Repubblica.

Non si deve pensare, come vorrebbe la superficialità moderna, che questo attributo “Serenissima” faccia riferimento all’amenità dei luoghi lagunari o all’incanto architettonico della Città.
La Repubblica di Venezia meritò quel nome di Serenissima essenzialmente per ragioni socio-politiche.
La bontà e bellezza delle sue leggi e Istituzioni fu tale da distinguere in eccellenza Venezia da ogni altra esperienza di Governo tentata in Italia dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente.

Queste qualità furono esaltate non tanto dai Veneziani stessi, che pure sempre le professarono apertamente, ma da intellettuali appartenenti a città indomitamente rivali come Padova, con Petrarca, o Firenze, con Dante e Guicciardini; o anche a Nazioni ostili e calunniatrici di Venezia come la Francia, con Paul Valery.

Come mai allora la Repubblica di Venezia, quando non ignorata del tutto, viene presentata nelle enciclopedie e nella divulgazione storica come una “oligarchia tirannica”?

Esaminiamo meglio la nascita di questa calunnia; decisamente Napoleone non depredò Venezia soltanto di oro e gioielli, egli volle vestire la sua Patria anche della paternità dei tesori sapienziali e politici della Repubblica Serenissima, e scaricare su di essa gli orrori e l’oscura tirannia instaurata dalla tanto declamata Rivoluzione Francese.
Fu soprattutto per coprire quella rapina concettuale, che la Francia illuminista avviò la campagna di calunnia e di falsificazione storica contro lo Stato Veneto.

La diffamazione in atto contro Venezia fu denunciata già nel tardo Ottocento dal Reverendo cattolico Reuben Parsons nel suo libro: “Some Lies and Errors of History”, D.D.; Notre Dame, Indiana; 1893 (vedi la traduzione italiana del Capitolo su Venezia).
L’esegesi storica che permette al reverendo Parson di conclamare l’accusa di calunnia è oggi facilmente confermabile anche agli occhi dei profani dall’analisi delle opere d’Arte e dall’accesso generalizzato all’informazione.

Il primo documento reperibile dell’infame campagna contro Venezia è un dramma teatrale: “Angelo”, di Victor Hugo, del 1835.
Per chiarire meglio l’accusa di calunnia che il Rev. Reuben e io stesso rivolgiamo a questo gigante della Letteratura, è importante sapere che Hugo non manifesta omogeneità tra la sua produzione di romanzi e quella di drammi per il teatro.

Siamo abituati a conoscere il grande scrittore proprio per la sua abilità nel dipingere scene realisticamente suggestive e coinvolgenti, perché egli deve la sua fama appunto ai grandi romanzi, ma lo stesso non si può dire quando l’Autore scrive per il teatro.
Un suo ammiratore, André Breton, scrisse: ”Preso nel suo insieme, il teatro di Hugo è monotono e artificiale”.
Un altro eminente estimatore, Honoré de Balzac, annota su Hugo: “I personaggi che crea non rispettano il buon senso”.

Bisogna anche sapere che il padre di Hugo è un generale bonapartista e che Victor cresce e si sviluppa nell’abbaglio socio-ideologico che gli illuministi tessono in Europa.
Il suo contributo come romanziere non è certo inferiore a quello di Zolà, nel fornire materia immaginativa allo “spettro” che Marx vede aggirarsi per l’Europa nel suo “Manifesto” del 1848.

Quando scrive per il teatro, lo Hugo repubblicano e populista, è perfettamente consapevole che la sua opera è destinata a un pubblico di monarchici. È noto che il movimento repubblicano del suo tempo, vicino all’ala pagana del neo-classicismo, fu fieramente avverso agli artisti romantici come Hugo, le cui opere erano invece supportate dai nostalgici del Re e dello spiritismo.

Diffamando una Repubblica gloriosa come Venezia, Victor Hugo sà di strappare qualche punto di pubblico e di successo in palcoscenico al più fortunato rivale di scena Alexandre Dumas.
Al contempo non teme di alienarsi i bonapartisti repubblicani in quanto li aiuta in quella rapina ideologica che vede ancora oggi la Repubblica Francese fregiarsi di moderne paternità socio-politiche che furono invece antiche dei Veneziani.

Molti governi monarchici, e in particolare quello d’Italia con i suoi decadimenti dittatoriali e partitici, hanno continuato ad attingere alle calunnie letterarie di Hugo, per oscurare l’esempio di Venezia.

Per questa ragione sono costretto a dedicare tanto spazio a questo melodramma morboso.   Tra le opere di calunnia contro Venezia, l’”Angelo” di Hugo è infatti l’unica che si fregi di attingere a un “documento storico”, al quale le successive riferiscono più o meno direttamente.   Si tratta di un quaderno, intitolato “Statuti degli Inquisitori Veneti”, la cui puerile falsità è dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio dal rev. Reuben Parsons nell'opera citata.

Tale apocrifo sarebbe stato rinvenuto, sommariamente cucito in coda a un’opera di fra’ Paolo Sarpi, da un certo conte Daru, ufficiale tra gli incaricati della razzia Napoleonica che asportò, scartò e smembrò l’Archivio del Consiglio dei Dieci.
Oltre alle incongruenze cronologiche, linguistiche e di stile esposte dal Rev. Parsons, dobbiamo rimarcare che i Dieci non erano la sola Magistratura Veneziana a tenere un archivio, e dal raffronto di questi Archivi si evince che i “Dieci”, ben lungi dall’essere, come Hugo li fa descrivere da quegli “Statuti”, un potere occulto, infame e segretissimo, erano scelti annualmente fra i Senatori oltre i 40 anni più rispettabili per le virtù dell’animo e della mente.

Ben lungi dall’esercitare potere di morte segreta e subdola, il Consiglio dei Dieci era sottoposto al controllo diretto di altre tre Magistrature che partecipavano e presiedevano le sue sedute:

- il Doge innanzittutto, che aveva diritto e facoltà di partecipare alle Sedute.

- i sei Membri del Minor Consiglio, che erano tenuti a partecipare, con incarico a turno di presiedere il Consiglio dei Dieci.

- l’Avogaria da Comun, con il compito di controllare che il Consiglio dei Dieci non deliberasse o agisse in contrasto con le Leggi della Repubblica.

Ciascuna di queste Magistrature teneva archivi accurati anche delle proprie attività nel Consiglio dei Dieci, e questi archivi non furono sottratti e manipolati dai napoleonici.   Da essi appare evidente l’incompatibilità, con le Leggi e la prassi consolidate nell’Amministrazione Veneziana, degli "Statuti" prodotti dal conte Daru a uso e consumo della propaganda del suo regime.

Sappiamo, per esempio, che il Consiglio dei Dieci aveva sì potere di proporre condanne a morte, ma queste condanne, per divenire esecutive, dovevano venir ratificate dal Maggior Consiglio.

Già nel Rinascimento il Maggior Consiglio, e il Senato da quello prodotto, si componevano di oltre 1600 Membri, il che significa che circa un Cittadino su 82 era Senatore.   L’intero apparato amministrativo era rigorosamente impostato a impedire l’instaurazione di dinastie al potere, sulla rotazione semestrale o annuale delle cariche di governo del Territorio, sulla contumacia e sull’incompatibilità delle stesse. Se i Dieci avevano incarico annuale, i Consiglieri Ducali del Minor Consiglio non potevano durare in carica più di sei mesi.

Forse non a tutti è noto cosa si intenda per “contumacia” rispetto alle cariche: per i Veneziani significava l’impossibilità, per chi avesse ricoperto una certa carica, non solo di esservi rieletto prima che fosse trascorso un periodo di tempo più lungo rispetto a quello passato in carica ma, per lo stesso periodo, anche di accedere a cariche che in una qualsiasi maniera lo portassero in contatto diretto con la Magistratura in cui aveva ricoperto la carica.

Quale mente ragionevole, a fronte di questi dati di fatto, che invito ad approfondire nell’Opera del Direttore dell’Archivio di Stato di Venezia Andrea da Mosto, può ancora sostenere l’accusa di “oligarchia oscura e tirannica” che il mondo enciclopedico e quello della divulgazione che a esso si informa, ancora attribuiscono alla Repubblica di Venezia?

Il diffondersi di questa calunnia fu però coagente allo spandersi nel mondo di un nuovo e più sleale nemico, per la Politica Repubblicana, di quanto lo fossero stati i Monarchi laici e Cattolici.

Si tratta dell’ateismo illuminista che era ed è pervaso, dietro la parvenza degli ideali e delle “buone azioni” depredata nel Cristianesimo e nell’esperienza Repubblicana di Venezia, da quel nichilismo autodistruttivo che vede forse i suoi ultimi deleteri effetti, oltre che nel materialismo marxista-leninista, nella catastrofe morale ed economica del consumismo moderno.

Quella nascente e funesta ideologia non poteva che avere in ubbia la religiosa Repubblica di Venezia, “Città Christianissima”.
Una Città che aveva attuato nella Pace le promesse di Libertà, Eguaglianza, Fraternità e conoscenza scientifica ben prima che gli illuministi le facessero sorgere dal sangue e dal Terrore della Rivoluzione Francese per sostentare la propria immagine di movimento umanitario e progressista (riflettano, gli Amici massoni, su questo abbaglio storico che affligge l’Arte e da secoli ormai la avvilisce in forma di setta).

Dal tempo di Diderot ai nostri giorni l’illuminismo non ha cessato di produrre enciclopedie, al fine di sostituire la Religione con il culto della “conoscenza umana”.   Una conoscenza che, nella accezione tomistica in cui l’illuminismo la tiene, diviene sempre più parcellizzata e avulsa da una visione organica del mondo, sempre più simile, quindi, a una superstizione.
Così i più accesi propagandisti dei “lumi della ragione” si dimostrano essere stati ed essere divulgatori di tenebre dapprima intellettive poi, per diretta immediata conseguenza, morali.

L’illuminismo assorbì e diffuse, infatti, le palesi calunnie dei Napoleonici e la fosca visione onirica di Hugo, accreditandole come Storia nelle opere enciclopediche e permettendo che a queste si abbeverassero innumerevoli altre opere di fantasia o pseudostoria.

Tra queste è opportuno ricordare “il Fornaretto di Venezia”, del drammaturgo mazziniano Dall’Ongaro, opera di fantasia falsificata come dramma storico, che dal successo nei teatri passò a quello nell’illustrazione popolare e nei libri, poi nel cinema e quindi nella televisione, divulgando un’immagine di Venezia ingiusta e infame.

Pompeo Molmenti e Giuseppe Tassini già all’epoca contestarono l’inconsistenza delle basi archivistiche e storiche cui si appellava il Dall’Ongaro.   Persino Luigi Pirandello prende a spunto l’inconsistenza della leggenda del Fornaretto per una lunga riflessione in merito all’”Uno Nessuno e Centomila”.

Dotti disquisitori e archivisti hanno messo in evidenza, nel Secolo scorso (Alessandro Luzio) e ai giorni nostri (Sonia Radi) che l’immagine di Venezia ricavabile dall’opera fantasiosa di Dall’Ongaro è comunque quella di una Repubblica saggia capace di ammettere i suoi errori.
Ma non è certo questo che il titolo “Fornaretto di Venezia” evoca nell’immaginario collettivo.   La diretta immediata evocazione popolare è invece quella della tirannia oscura e letale dei Dieci.

Forse il mazziniano Dall’Ongaro voleva in cuor suo glorificare la passata Repubblica, ma in tal caso non possiamo certo dire che riuscisse nell’intento: costruì anzi una delle icone mondiali più note ed efficaci al mantenimento delle calunnie inventate dal Daru e dallo Hugo a danno di Venezia.


La fama e il prestigio che il Governo Veneziano godette per tutti i Secoli precedenti al dramma di Hugo e alla patetica invenzione di Dall’Ongaro, e che ancora gode presso i cultori della Politica, sono stati enunciati in: “Storia Morale di Venezia”.
Quel libro aiuta anche a comprendere un fatto molto importante ai fini di questa nostra “Nuova Strategia”: che non è il modello di Repubblica costruito dai Veneziani, a cadere nel 1797.
La città diviene preda di Napoleone e poi di altri invasori perché il Popolo Veneziano, da tempo, non sa più vivere al livello morale e religioso richiesto da quella forma di Repubblica.

Nonostante la caduta dell’indipendenza e l’invigliacchimento del Popolo, le strutture repubblicane e religiose della Serenissima rimangono talmente forti e radicate nei luoghi e negli uomini, che Venezia e la tutela del suo Territorio si mantengono pressocché intatte per quasi due secoli di occupazioni straniere.
Due secoli dalla caduta della città, si badi bene, perché, unica fra tutte le città italiche, Venezia protesse il suo Territorio capitale da ogni scorreria d’invasori o mercenari per oltre mille anni.

Ciò poté fare perché aliena da quelle fazioni che sempre dilaniarono i cuori delle città Stato italiche, tanto quanto immune dagli effetti della decadenza dinastica negli altri regni e imperi.

È dato di fatto che, unico fra i grandi Centri Storici della Penisola, Venezia ancora mostra sé stessa nella forma armonica alla Natura che la sua Repubblica le diede e che sola consente la sua sopravvivenza.   La barbarie moderna ha sì da tempo infiltrato, e gravemente, anche questa città, ma ancora non è riuscita a snaturarne il volto come è accaduto a Roma, Firenze, Milano, Palermo, Genova e a quanti altri Centri sono stati rilevanti nella Storia d’Italia.
Un volto che milioni e milioni di Cittadini e Sudditi da tutto il mondo ogni anno vengono ad ammirare.

Se Venezia non può essere snaturata, le sue grandiose testimonianze possono però venir distrutte attraverso la corruzione dall’interno delle Opere che la costituiscono e di quelle destinate a renderne possibile l’esistenza, come il governo sapiente dei fiumi e delle maree.   Come questa corruzione proceda, e quanto grave sia il danno che già ha arrecato alla sopravvivenza di Venezia, è stato illustrato in “Storia Morale di Venezia” e nelle sue Appendici.

Ci basti qui ricordare che in questi nostri decenni essa combatte per non essere cancellata dalla geografia fisica.   Incapaci di stravolgere le sue forme, nonostante i molti tentativi perpetrati da ogni dominazione straniera, i barbari odierni stanno infatti ottenendo di farla integralmente divorare dal Mare (vedi: Relazione sui Flussi di Marea in Laguna di Venezia, 2009 e il Documentario 2010).

I partiti hanno da tempo avviato campagne mondiali di copertura dei loro sistematici e colpevoli errori, la più famosa delle quali è senz’altro quella del “pericolo” dell’acqua alta.
Quella campagna è falsa.
Le alte maree hanno lavato le nostre strade per un millennio e mezzo senza che alcun danno ne derivasse alla città; anzi sono state un attivo aiuto alla salubrità dei luoghi, con il dilavare salato delle barene dai depositi piovaschi d’acqua dolce e quindi infettabile.

Con il penetrare nei più reconditi angoli delle nostre fognature e lo stendere un sottile velo di sale su ogni strada e ogni scuro anfratto di questa città, l’Aqua Alta ha svolto e svolge ruolo determinante, nel proteggere l’igiene pubblica dagli effetti nocivi di una vita nella palude, in una città resa labirintica dal rispetto architettonico e ingegneristico osservato verso le strutture frattali del suo Territorio.

I Veneziani non hanno mai protestato o invocato misure per contrastare l’acqua alta. Anzi hanno sempre protetto la libera espansione di marea con leggi severissime e dichiarate come irrinunciabili a tutta la posterità.

Venezia è però purtroppo da decenni in mani ormai pressocché barbare, e queste mani non nutrono più alcun rispetto per Coloro che costruirono la città e ne enunciarono le regole imprescindibili.

Dopo Napoleone che la umiliò in toto e in ciascuna sua parte, gli Austro-Ungarici conservarono una forma di rispetto per le antiche e immutabili leggi del Territorio, ma vollero ricondurre il Popolo pioniere della Democrazia Repubblicana nell’angusta e fatiscente struttura del Sacro Romano Impero.
Assai meno rispetto per le Antiche Leggi e la Tradizione manifestò la dinastia Sabauda col suo “Regno d’Italia”.

Tralasciando qui i danni territoriali che arrecarono, il Regno d’Italia e la sua pavida estensione nella dittatura Mussoliniana, furono consapevoli della propria pochezza e arretratezza a confronto del modello di Stato che Venezia rappresenta.

D’altro canto la città era un gioiello troppo appetibile per quel regno puerile e neghittoso, che non poteva rinunciare a sfoggiarlo sul palcoscenico del prestigio internazionale, né a usarlo come mito unificante degli Italiani, come fece soprattutto in occasione della Prima Guerra Mondiale.
La città quindi non fu rasa al suolo a cannonate ma si decise di falsificarne quanto più possibile il portato politico.

Questo scopo fu perseguito sia a livello nazionale che internazionale:

- a livello nazionale l’Istruzione obbligatoria statale stampò nel Popolo versioni alterate della Storia, nelle quali l’immagine di Venezia veniva ridotta all’avventura marinara di una piccola Repubblica di navigatori appassionati d’arte.
La comparsa sistematica della Repubblica di Venezia in ottocento anni di Storia dei grandi Stati Mondiali, venne offuscata e diluita, per descriverla come episodica e tenere occultate le vere, continuative e plurisecolari ragioni politiche di questa partecipazione della “Repubblica Marinara” allo scenario dei Grandi mondiali.
L’immagine storica più forte della struttura politica Veneta si accentrò, demagogicamente associata alla romantica immagine del Ponte dei Sospiri, sul “Consiglio dei Dieci” e sulle sue “terribili” sentenze.
Si trasformò in storia ufficiale l’immagine tenebrosa di Venezia partorita dall’invenzione letteraria di Victor Hugo nel suo Dramma. “Angelo”, forse composto per lavare la coscienza di Francia dall’iniquo baratto di Campoformido ma certamente privo di ogni attendibile fonte storica.
All’estero questo Consiglio divenne tout-court: “The Terrible Ten”, lasciando intendere a ogni visitatore che meglio non fosse indagare oltre sulle strutture statali Veneziane, per non scoprirvi orrori capaci di turbare l’incanto della visita turistica.
Il Consiglio dei Dieci era l’estremo organo di difesa interna della Repubblica.   Certamente, in nome di quella Repubblica, comminò sentenze terribili, come ne eseguirono, e molte, Sabaudi, Austri, Ungari Francesi e ogni altro Stato, ma ben meno di questi altri, Venezia, col suo integerrimo Consiglio, ebbe a versare sangue frarticida in sommosse e guerre civili.
Venezia mai fu oligarchica o feroce come ancora viene descritta, fu anzi, per oltre mille anni, prospera e concorde nella sua aristocratica democrazia repubblicana. Mai, in Venezia, fu acceso un rogo per bruciare una strega.

- a livello internazionale, ma con effetto anche interno, il Regno d’Italia cominciò a diffondere quella che ancora oggi è l’immagine stereotipa di Venezia: città “incantevole”, “magica”, “fantastica”, “evanescente” “fuori da ogni contesto”: fuori, sempre un poco, anche dal mondo reale...
Quanti sono gli aggettivi letterari di questo tipo che due secoli di letteratura e promozione turistica hanno appiccicato alle nostre concretissime pietre!
Tanti da fare, del più splendente esempio democratico e repubblicano della Storia, una sorta di Luna Park fantastico, il luna park “Serenissima”.

Una diffamazione ancora più astrusa e letteraria fu messa in scena, per il pubblico più erudito, dal movimento Futurista, e volle fare di Venezia l’emblema del male storico, del ristagno, della decadenza, con la metafora di Marinetti sulla “poltrona a dondolo per imbecilli” e sul “passatismo”.   Giusto contrappasso, riceve oggi quel poeta “futurista” dall’essere presente, soprattutto, nella memoria dei “nostalgici” dell’ancien régime, ovvero del passato.


Intento evidente di queste campagne precisamente “mistificatorie”, avviate dal Regno d’Italia e ancora in atto, è distaccare il messaggio civile e repubblicano, tramandato nelle pietre Veneziane, dalla realtà presente, dalla politica soprattutto.


I Cittadini impegnati nella tutela della Repubblica dovranno quindi mettere grande impegno nel rettificare questi indottrinamenti capziosi e ribadire in ogni occasione comunicativa che: non per incanto, non per magia nacque e può risorgere Venezia, ma dall’Opera sapiente e coraggiosa d’uomini.
La magia e l’incanto che ancora oggi la città trasmette, non sono preesistenze generatrici, ma effetto dell’operosità dell’uomo armonizzato con la Natura del Suo Territorio e sinergeticamente organizzato nella Repubblica.

La riabilitazione storica della struttura Repubblicana di Venezia è la prima indicazione strategica che l’esperienza del Comitato di Salute Pubblica lancia al Popolo e ai singoli Cittadini.
Sfatato lo spauracchio dei “Terribili Dieci”, la “visita turistica” della città deve estendersi alla struttura repubblicana di Venezia.

Questo deve essere un obbligo d’istruzione, sia per la Repubblica Italiana sia per ciascun Cittadino che sinceramente si voglia repubblicano.
Come potrebbe una giovane Repubblica come quella italiana voler continuare a oscurare il proprio più luminoso e duraturo antecedente? Come può tollerare che esso venga spinto sempre più profondamente in un processo distruttivo irrimediabile?

Eppure la finzione storica, avviata dai sabaudi a fianco della demonizzazione delle lingue locali, è passata in blocco nella neonata Repubblica: ancora più dei “regnanti”, i nuovi “governanti” temono il paragone e l’esempio politico della Serenissima Repubblica.
Temono soprtattutto quello che più è stato reso tristemente noto, il “Consiglio dei Dieci”, perché questo organo di sorveglianza democratica fu il centro della stabilità e prosperità della Repubblica Veneta.

Organo di sorveglianza democratica, si badi bene, non oligarchia tirannica come si è sempre ancora tentati di pensare: si ricordi che i Consiglieri duravano in carica soltanto un anno.
Sua funzione principale non era quella per cui ognuno lo conosce, grazie alle cupe e infondate fantasie tardo-ottocentesche del Dall’Ongaro, alle guide turistiche e al cinema, di giudicare ingiustamente poveri “fornaretti”.   Annotiamo che ben cinque film italiani hanno diffamato Venezia utilizzando la leggenda letteraria del “Fornaretto di Venezia” tra il 1907 e il 1963.

Il Consiglio dei X vigilava, discretamente ed esplicitamente, ogni andito della società civile perché non vi potessero prendere piede ideologie, comportamenti o associazioni capaci di arrecare danno alla Repubblica e al Bene Comune del Popolo.


Aspetto assai rilevante di questo compito era identificare e neutralizzare sul nascere ogni seme di “partito politico”, meglio noto allora come “congiura contro la Repubblica”.
Un’altra caratteristica occupazione dei Dieci riguardava la moralità del Clero.   In passato questo diritto di vigilanza civile e repubblicana anche sui Cittadini-Sacerdote aveva attirato su Venezia le ire del Pontefice Romano (vedi: “Storia Morale di Venezia”).

Nonostante i rapporti turbolenti, Venezia ha più volte salvato il Pontificato Romano, basti ricordare quando il Clero Veneto rese possibile l’elezione del nuovo Pontefice, mentre Roma era occupata dall’orda Napoleonica.   La costante volontà veneziana di rappacificazione con la Compagine Cattolica Romana è documentata persino da un sacerdote e storico Cattolico, il Rev. Reuben Parsons, nel suo già citato libro: “Some Lies and Errors of History” (vedi traduzione italiana).

Ma la monarchica e sempre più obsoleta Chiesa Romana non seppe spendere altra più ufficiale parola affinché nella nascente Repubblica Italiana venissero salvaguardati l’insegnamento, il prestigio e la profonda cristianità delle Istituzioni politiche Veneziane.

Fin dalla sua nascita, la Repubblica Italiana è costretta a subire “governanti” già infettati da partiti e da immoralità religiose ed elettorali, non diversamente da quanto avvenne per il Regno d’Italia ma in forma ancora più grave.
Non stupisce dunqe che l’oscurantismo partitico e quello clericale abbiano perpetuato l’atteggiamento sabaudo nella Repubblica, continuando a spingere sempre più Venezia, come esempio Repubblicano, in un limbo demagogico di irrealtà onirica che avvolgerebbe incubi politici.

Le calunnie contro Venezia sono tuttavia oggi prossime a cadere del tutto, grazie alla comunicazione globale e alle tecniche di validazione e organizzazione dei dati introdotte dall’Informatica.

La schizofrenia partitica tenta allora di cancellare fisicamente la testimonianza Repubblicana di Venezia, per continuare, fino allo sfacelo totale della Civiltà, a esaltare in sua vece il potere distruttivo della propria inetta faziosità.
Questo purtroppo avviene sotto gli occhi inerti anche di quella larga parte della Popolazione che non desidera demolire Venezia e la Civiltà, né ha delegato alcuno al potere con questo preciso e gravissimo intento.

Il disastro, manifesto nelle legiferazioni barbare, può avvenire nell’inerzia di questa maggioranza solo per lo smarrimento del senso di dignità Cittadina e Nazionale, generato dalla sudditanza psicologica alle pessime abitudini partitiche e oclocratiche, prima fra tutte il lavaggio massificato del cervello.
Attività, notizie e spettacoli organizzati a mero scopo di irretire i Cittadini sono state sostituite alla “cultura”, allo “svago”, alla “ricreazione” e, in molti casi, persino al riposo.

Le forme mentali grette e ottuse, l’indebolimento del Buon Senso Comune che l’abitudine al lavaggio mentale e mnemonico promuove e induce, fanno sì che si assista, oggi e in tempo reale, allo scenario di quando la perdita di dignità civile arriva al suo culmine di cancellazione di una Patria.


Noi vogliamo che il Popolo si aiuti a fermare questa devastazione fisica e morale, per invertire il processo autodistruttivo in atto.


Venezia insegna ancora oggi di un vivere d’uomini più degno e solidale: democrazia aristocratica significa un Popolo non solo governato dagli eccellenti nelle virtù, ma in sé composto e determinato da uomini moderni, consapevoli del proprio valore di Cittadini Repubblicani.
Il primo impegno di chi voglia aiutare il Popolo nel suo riscatto deve essere riflettere e invitare gli altri a riflettere sull’insegnamento repubblicano dell’Antica Venezia, per lavare la memoria da due secoli di menzogne e far risplendere quel profondo insegnamento che illumina la gemma dell’Adriatico.


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