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Strategia di Lavoro per la Repubblica: attualità operativa del modello veneziano (segue)
di Umberto Sartori - inviato il 05/06/2011 (letto 8012 volte - 0 commenti)

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Strategia di Lavoro per la Repubblica: attualità operativa del modello veneziano (segue)

Continuo quindi a illustrare le possibili attualità operative del Modello Veneziano di Repubblica aggiornato alle nuove potenzialità dell'Informatica.

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La maggior parte di questi uomini a me contemporanei, ha ricevuto fin dalla nascita un’informazione repubblicana falsificata sia dalle calunnie sul modello di Repubblica rappresentato da Venezia sia dalla millantata struttura repubblicana dello Stato Italiano.

Siamo cioé cresciuti nella convinzione fallace che potesse chiamarsi “repubblicano” uno stato basato su strutture amministrative astratte e solo funzionali al mantenimento di un potere centrale.

Dalla caduta della Repubblica di Venezia, lo Stato Italiano si formò come Regno sotto una monarchia debole e politicamente acerba rispetto alle Grandi Dinastie europee, che la scelsero probabilmente proprio per poter mantenere la propria influenza effettiva su gran parte dei Territori già in loro dominio sul suolo italico.

L’Amministrazione dello Stato fu ben lungi dal darsi forma repubblicana, essa appare invece informata a quella imperiale romana.   Dell’Impero Romano ha seguito la sorte, in un tempo storicamente brevissimo, partorendo le invasioni barbariche al pro-prio stesso interno.
La Monarchia, debole rispetto allla complessità del gioco politico mondiale, si rifugiò in un Dittatore populista, che finì col soccombere all’ostilità internazionale lasciando lo Stato alla canea delle fazioni e al potere dei Boiardi.

Questi hanno ammantato le strutture imperiali romane reintrodotte in fanfara dalla demagogia fascista e già così palesemente fallimentari, nell’appellativo di “Repubblica”, senza minimamente peritarsi di aggiornare l’Amministrazione dello Stato ai requisiti della civiltà repubblicana.

Nonostante la sua Costituzione sia sostanzialmente ben formata nei Principi, la Repubblica Italiana nasce infatti profondamente deforme.
Vi sono alcune cause pertinenti questa deformità che è necessario ricordare:

- Si forma come esito di una guerra, in parte anche “civile”.

- Si innesta su una popolazione ancora profondamente divisa dagli effetti di quella guerra “civile”.

- Viene sancita da un referendum falsificato1.

- Persiste nell’istruzione statale l’atteggiamento calunnioso verso il più importante esempio repubblicano, quello di Venezia.

- Al passaggio dal Regno alla Repubblica non corrisponde un adeguamento delle leadership culturali.   L’intellettualità italiana si spoglia in blocco dell’orbace per riproporsi al Popolo e al Mondo sotto la nuova bandiera della “democrazia”, ma facce e cervelli sono gli stessi che erano stati incapaci di tenere a freno la Dittatura, quando anche non ne fossero stati diretti artefici.

A queste cause corrispondono i mancati conseguimenti Repubblicani nella civiltà del Popolo e nella congruenza delle Istituzioni che connotano il “nuovo” Stato Italiano.

Nel passaggio dal Regno alla Repubblica non intervengono infatti quelle modifiche strutturali nell’Amministrazione necessarie a questa forma di Civiltà.

I boiardi di fazione riconfermano formalmente uno Stato centrale di matrice imperiale-romana che si articola in sottoinsiemi astratti: Regioni, Province e Comuni, con vari livelli di autonomia e dipendenza dallo Stato centrale.   Il quale Stato centrale si traduce però non nel forte potere unificatore di un pur obsoleto Imperatore, ma nella via sottile e occulta per drenare risorse indebite da ogni Territorio e convogliarle verso lo stomaco insaziabile delle fazioni riunite a banchetto nelle aule del Parlamento.

Se inadeguata dal punto di vista amministrativo al nome di Repubblica, altrettanto l’Italia post-bellica è sguarnita dal punto di vista spirituale, perpetuando e inasprendo le carenze sinergiche nel rapporto Stato-Chiesa, con conseguente progressivo deterioramento della morale popolare, trovandosi la Religione non come asse portante della Repubblica ma come corpo da essa separato, quasi fazione essa stessa fra le fazioni.

Nata sotto auspici così funesti, non stupisce che la sedicente “repubblica” italiana abbia permesso e permetta abusi contro la Civiltà che nemmeno la più arcaica delle Monarchie potrebbe tollerare.
Questi abusi portano però oggi il Popolo ineluttabilmente di fronte alla scelta tra una forma di vita civile, pacifica e regolata da eque Leggi come fu quella della Repubblica di Venezia, o una vita invece barbarica, basata sulla legge del più forte come quella che sempre più palesemente sorge dalle criminalità antirepubblicane insediate nello Stato.

Il momento è tuttavia assai più favorevole, per la vera nascita della Repubblica Italiana, di quello in cui fu scritta la sua Costituzione:

- Siamo oggi ben lontani dal livello di ostilità interne residuo della guerra “civile”. L’antagonismo fra fazioni attuale è esclusivo effetto di indottrinamento e demagogia, privo di fondamenti profondi nell’emozione e nel sentimento.

- Il Popolo ha a portata di mano le dimostrazioni che trasgredire ai principi repubblicani in nome di clientelismi elettorali arreca catastrofi territoriali ed economiche.

- È sempre più in evidenza che il sistema elettorale su scala “nazionale” è di fatto fuori di ogni controllo da parte degli elettori.

- Grazie alle possibilità offerte dalla comunicazione informatica, sarà possibile entro breve, anche con l’impegno di solo pochi uomini, cancellare le calunnie contro Venezia, il modello repubblicano per eccellenza.

- Dall’esame di questo modello nella sua verità storica il Popolo può trarre speranza e promuovere una propria intelligenza di merito che sostituisca l’attuale oclocrazia.

Cosa insegnano dunque gli Antichi Padri Repubblicani di Venezia ai Popoli italici in cerca di pace e concordia?

Innanzittutto a comprendere il “Semplice” di Territorio fisico: un Territorio è connotato da omogeneità orografica e costituisce l’insieme del Bene Comune e dei beni privati immobili che vi inferiscono.   A questo è strettamente collegato un altro “Semplice”, quello della Popolazione che abita quella specifica identità territoriale.

Per intenderci, non esiste un “Semplice” territoriale “Italico”, e non ne esiste uno “Veneto”, “Emiliano” o “Campano”. Tutti questi sono insiemi che appartengono alla sfera immateriale, generati da affinità culturali e umane ma non strettamente territoriali.

Esempi di identità territoriali “Semplici” sono invece la Laguna di Venezia, le Comunità Montane alpine e Quelle appenniniche, le aree collinari come gli Euganei, i Lessini o il Monferrato.
Queste sono vere e inequivocabili suddivisioni del Territorio per affinità di problematiche e possibilità, e su queste si basa una struttura politica Repubblicana come fu quella di Venezia.

Certo, vi sono “Semplici” territoriali più complessi e articolati come quelli legati alle Popolazioni insediate lungo il corso di grandi fiumi e vi sono relazioni amministrative necessarie anche ad altre correlazioni inter-territoriali, come la costruzione di reti stradali e comunicative, ma nessuna di queste esigenze è tale da richiedere diretti interventi sul territorio specifico da parte di un sedicente “potere centrale”.   Ove vi sia, naturalmente, coscienza repubblicana collaborativa da parte di ogni identità territoriale coinvolta.

Solo chi vive in un Territorio lo conosce al meglio per amministrarlo. Questo il grande insegnamento territoriale dei Veneziani. Non si tratta solo di un principio amministrativo ma anche e soprattutto politico e morale.   Ricordiamo che Venezia, nel rispetto della morale universale cristiano-alessandrina, ammetteva e sosteneva ogni forma di governo locale desiderata dal Popolo pertinente.
La Repubblica tutelava quindi forme a sé affini come quelle comunali, tanto quanto insediamenti feudali dove questi fossero efficienti alla serenità della Popolazione.
Il concetto fondamentale dell’insegnamento politico veneziano può essere sintetizzato nella frase: “Il Governo Repubblicano è connotato dalla sua pertinenza al “Semplice” territoriale e popolare che lo esprime”.

L’unità sociale superiore (la “Dominante”, nel caso di Venezia), non ha inferenza territoriale altra da quella di vigilare che ogni singola Comunità non trasgredisca, nei rapporti con le Altre, alle poche, semplici regole comuni del vivere repubblicano.

Ridotta la competenza del potere politico amministrativo al “Semplice” territoriale, diviene realizzabile un altro assioma fondante della Repubblica, cioé che ogni Cittadino degno per moralità e abilità sia sottoposto al dovere di Amministrazione del Territorio in cui vive secondo quanto disposto dalle Leggi e necessario alla Repubblica.   Tali Leggi hanno cura, per mezzo della rotazione delle Cariche, che l’impegno politico del Cittadino sia compatibile con le sue normali occupazioni lavorative. Ricordiamo che i Savi officiavano la loro carica normalmente a turni di un giorno per settimana e per periodi raramente superiori ai 12 mesi.

A nessun Cittadino o gruppo è consentito l’identificarsi a vita con Cariche decisionali politico amministrative o, peggio, costituirsi in casta addetta a tali incarichi.

Si obietterà che tale impostazione organizzativa può essere efficiente per il Buon Governo del Territorio ma non assolve altri importanti compiti della Politica come le decisioni in campo internazionale e quelle di generale indirizzo della volontà popolare in merito a questioni astratte e generali, esulanti dalle specificità territoriali ma strettamente connesse a omogeneità culturali astratte.

In questo campo, l’intuizione veneziana del sostituire al Potere Centrale dell’Imperatore una rete di collegamenti culturali ed economici, trova una potente implementazione nell’avvento delle reti informatiche. Queste forniscono un supporto che rende inutile e dannoso il sistema della “democrazia rappresentativa” per quelle decisioni, poche ma importanti, che la Politica deve prendere in nome del Popolo esulando dai problemi della gestione territoriale.

Secondo l’Ideale Repubblicano, ogni Cittadino, oltre a essere tenuto a funzioni politiche quando necessario, è latore del diritto alla propria opinione e del dovere di esporla in prima persona.
Le reti telematiche permettono oggi che questa procedura diventi prassi. Per le decisioni di ordine morale, culturale e spirituale, ogni Cittadino è in condizione, grazie all’avvento degli elaboratori elettronici, di far valere il proprio voto nell’Arengo informatico.

Non vi è alcuna ragione plausibile, sotto un Governo Repubblicano, per cui il voto dei Cittadini debba essere segreto.

Al contrario, la Repubblica richiede ai suoi Cittadini il coraggio delle proprie opinioni, la cui eventuale debolezza viene tutelata con il rispetto dello Stato verso l’individuo e non con la mimetizzazione nell’anonimato.
La procedura di voto palese annulla ogni pericolo di brogli, permettendo la trasparenza informatica a ciascun Cittadino di verificare personalmente, non solo lo stato del proprio voto, ma anche il generale conteggio relativo a ogni consultazione pubblica.

Molti interlocutori reagiscono con sgomento all’ipotesi di voto palese. Questo atteggiamento è un retaggio monarchico che ancora oggi spiega perché fu “necessario” falsificare il Referendum “Monarchia/Repubblica” del 1946. All’epoca la maggioranza dei Cittadini Italiani era ancora succube di uno spirito di sudditanza monarchica.   Nulla ha fatto la cosiddetta “Repubblica” per smuovere il Popolo da quel complesso di inferiorità, anzi le varie criminalità antirepubblicane hanno approfittato di questa debolezza italica per trasformare la sudditanza monarchica in una forma civilmente abietta, quella della massificazione partitica.

Compito dei Repubblicani è scuotere il Popolo da questa abiezione, costantemente richiamando i propri interlocutori alla dignità personale nei diritti e nei doveri sanciti con la Repubblica.

Se in effetti la maggioranza degli Italici si espresse in favore della Monarchia, gli esiti ufficiali del Referendum assegnarono una maggioranza repubblicana assai risicata, e tutto fa pensare che già allora una larghissima parte della Popolazione, pur se non la maggioranza, coltivasse in sé il desiderio della Repubblica, alcuni (come fu mia Madre) con tale intensità da accecarsi moralmente pur di vederla trionfare. E fu proprio questo loro accecamento che ci impedisce ancora oggi di vivere nel suo trionfo.

La Repubblica, secondo l’insegnamento di Venezia, è un ente morale metafisico di pertinenza religiosa. Non può quindi trarre origine da atti che travisano la testimonianza nella Verità. Essa non può venire imposta, richiede di essere liberamente scelta dai Popoli.

Sono propenso a pensare che se il volere del Popolo fosse stato rispettato in quel Referendum, l’Italia si troverebbe forse oggi in una situazione simile a quella di tante Monarchie Europee, come l’Inghilterra, l’Olanda o la Danimarca, dove i Cittadini sono stati accompagnati gradatamente verso una consapevolezza sempre più repubblicana della Società.

Tuttavia anche su questi Paesi, che pure se ne sono difesi meglio e più a lungo, si addensano le nubi della barbarie faziosa.

La Storia insegna che i sistemi monarchici, per illuminati che siano, non sono atti a garantire lunghi periodi di stabilità.

La Storia di Venezia insegna che il sistema Repubblicano è invece perfettamente in grado di farlo, anche quando sistematicamente attaccato dalla quasi totalità del Mondo esterno.

Nella Repubblica di Venezia le decisioni di importanza extraterritoriale erano competenza del Senato, il quale per sua Natura era quanto di più vicino alla totalità del Popolo allora si potesse immaginare. Circa un Cittadino su 82 apparteneva a questo sottoinsieme decisionale che costantemente acquisiva nuovi membri, in quanto vi entravano a far parte, come abbiamo visto, tutti coloro che avessero rivestito Cariche Pubbliche.

Ritengo che questa forma organizzativa applicata a ogni “Semplice” territoriale, sia valida ancora oggi, ma che la sua funzione sia aggiornabile, grazie all’Informatica, a quella di “Relatore presso il Popolo” per le decisioni extraterritoriali e di ordine generale.

Il Senato avrebbe oggi il compito di formulare il problema generale in forma chiara e richiedere di volta in volta per via informatica la decisione al Popolo, per poi applicarsi a realizzare la volontà da questo espressa, attraverso adeguati e proporzionali provvedimenti amministrativi.

Non si deve qui immaginare un intero Popolo continuamente assillato dal dover rispondere a questionari interminabili e innumerevoli. Spogliato delle incombenze territoriali, il potere politico richiede ben poche scelte di indirizzo generale, quando i suoi incaricati si applichino non già a decidere per il Popolo, ma a eseguire le decisioni del Popolo.

Le scelte di indirizzo generale si effettuano su programmi annuali o di durata superiore e riguardano l’indirizzamento delle risorse pubbliche nei vari livelli di Servizio dello Stato.

Un esempio drammaticamente attuale di questo tipo di scelte è quella sul partecipare ad alleanze militari in operazioni belliche, e in quale misura.

Non sarebbero necessarie le dannosissime liti parlamentari in materia, quando la decisione spettasse, come di diritto in Repubblica, direttamente al Popolo, per mezzo di un semplice Questionario Illustrativo del problema:
“Vuoi tu, Cittadino Tal Dei Tali, appoggiare le azioni militari di Stati Nostri alleati relativamente alle Campagne di Tale e di Talaltro Paese? Se sì, in quale misura delle Risorse Nazionali disponibili?


- 0,1% = 1000 Uomini, armamento leggero

- 1% = 5000 Uomini, armamento medio-leggero

- 10% = 10000 Uomini, armamento pesante

- Ritengo la situazione di gravità tale da richiedere ogni sforzo alla Nazione

- Ritengo non si debba essere coinvolti in tale collaborazione militare.

Un semplice questionario sarebbe sufficiente agli Amministratori temporanei del Bene Comune, per trarre la percentuale di risorse da impegnare nell’attuazione di ogni progetto “extra territoriale”.
L’esito di un simile questionario restituisce non una posizione a blocchi, ma una media percentuale delle risorse che la Popolazione è incline a destinare a tale progetto.
Ciascuno avrà dato il suo contributo positivo o negativo e la Repubblica si impegnerà in quello sforzo nella misura risultante da una appropriata valutazione media dei voti espressi.
Ogni progetto presenta naturalmente una soglia di base di impegno prevista, non raggiungendo la quale il progetto viene archiviato.

Simili questionari, simile procedura informerebbero le poche altre “grandi scelte”, annuali e pluriennali, necessarie al potere politico. Quanto dedicare alla Sanità Pubblica? Quanto alla Forza Pubblica? Quanto all’Istruzione? Quanto alla Promozione delle Imprese? Le domande indispensabili al Potere Politico Repubblicano sono forse una decina con cadenza annuale, più alcune di emergenza imprevedibile e alcune altre da programmi pluriennali.

Diciamo che il Cittadino si troverebbe a dover rispondere a forse 20 domande in un anno, molte delle quali accorpate in unica consultazione.
Un accenno merita il costo praticamente nullo di tali consultazioni, svolgendosi esse per mezzo di reti già esistenti senza bisogno di alcun supporto cartaceo eccetto i listati originali progressivi dei voti, da conservarsi in copia autentica e da esporsi telematicamente e in forma cartacea presso specifici Pubblici Uffici.

Non si perda di vista il fatto che tutte queste procedure avvengono e hanno valore all’interno di ogni singolo “Semplice” territoriale. Per tornare all’esempio dell’impegno militare, potrà darsi il caso di Senati che impegnano un uomo con le risorse di armamento e Senati che ne possono impegnarne cento o nessuna risorsa, a seconda della volontà popolare della loro specifica Comunità.

Siamo di fronte a una struttura sociologicamente frattale. La somma delle risorse espresse dai singoli Senati Territoriali costituisce l’impegno complessivo della Repubblica di fronte al progetto.

In ogni ordine e grado dell’apparato decisionale politico operano dunque solo Cittadini espressi a rotazione da un territorio “Semplice” specifico o da una specifica Federazione di “Semplici”.

Stabilita una chiara visione dei “Semplici” territoriali e politici come unità determinate dall’omogeneità morfologica del Territorio, è possibile infatti enunciare diverse forme di aggregazione degli stessi su piani sempre più astratti dall’omogeneità territoriale.   Prima di arrivare per astrazione all’insieme dei Popoli della Penisola Italica, incontriamo fasi di affinità tra “Semplici” assai più congruenti alla Repubblica delle attuali “Province” e “Regioni”, che sono veri e propri feudi in cui i partiti si spartiscono le spoglie del Regno d’Italia in attesa che questa si decida ad affermarsi Repubblica.

Con l’affermazione della Repubblica, forme moralmente e operativamente federative potranno realizzarsi tra identità territoriali di pertinenza e cultura affini: “Alpina”, “Veneziana”, “Appenninica”, “di Pianura”, “Costiera”, “Fluviale” sono ipotesi aggregative con fondamenti culturali e/o territoriali assai più pertinenti dell’attuale divisione in Regioni.

Data la natura essenzialmente astratta da problematiche territoriali coincidenti, già queste entità federative devono essere aliene da diretto potere nell’amministrazione di specifici Territori. Il loro scope si trova nel più astratto campo dell’edificazione morale dei Cittadini e nella diplomazia relativa a problematiche trans-territoriali.

Proseguendo per astrazioni territoriali, possiamo ben giungere anche al concetto di Popolo della Penisola Italica e a quello di Popolo del Continente Europeo, ma ribaltando l’attuale struttura gerarchica Imperiale in quella Repubblicana, per cui tanto più una Istituzione è lontana dal Territorio e dal Popolo che la esprime, tanto minore deve essere il suo potere direttamente territoriale.

Ciascuna di queste superfetazioni dela Politica deve comunque sottostare alla Legge della provvisorietà delle Cariche e della contumacia dalle stesse.
L’uomo politico, pur estemporaneo, non può divenire apolide, ne nascondere questa sua condizione dietro presunte “cittadinanze” nazionali che lo tengano avulso dal suo Territorio di appartenenza. Egli agisce sempre in contatto e sotto l’osservazione continua dei suoi stretti concittadini.

Venezia insegna che la classe dirigente e il popolo devono vivere a stretto contatto quotidiano.   Il potere repubblicano deve rimanere il più possibile vicino a ciascun Cittadino che lo esprime.

Per comprendere come sia possibile la formazione di Istituzioni repubblicane del tipo di quelle che vado descrivendo, è indispensabile tornare all’organizzazione interna di ciascun “Semplice” territoriale secondo le eque e salubri metodologie repubblicane.

Accennavamo all’inizio di questo Capitolo come il “Semplice” Territoriale comprenda la Popolazione residente in un’area morfologicamente omogenea con i suoi sottoinsiemi di Cittadini naturalmente catalogabili in base alla loro occupazione e funzione sociale.
Tali “Semplici” sono assai variabili per estensione e popolazione ma all’interno di ciascuno di essi, sia abitato da milioni, che da poche centinaia, una corretta organizzazione Repubblicana vuole gli uomini accomunati dal loro volere e dal loro fare.

L’organizzazione operativa del “Semplice” territoriale e politico è quindi basata principalmente sulle Corporazioni di Arti e Mestieri e sulle aggregazioni di Pietas religiosa, nelle quali rientrano le associazioni culturali, quelle sportive e il Volontariato sociale nel senso più esteso del termine, compreso il già citato Motoclub Mestre.

In Venezia queste due categorie di associazione venivano chiamate rispettivamente Scuole Minori e Scuole Grandi.
Queste forme istituzionali, nelle loro interazioni, sono le più adatte a selezionare gli uomini per gli incarichi politici in base all’assennatezza e alla competenza dimostrate nell’esercizio delle attività produttive e pie.

Non si deve pensare alle Corporazioni come a Istituzioni vecchie e obsolete. Esse sono invece archetipi comunicativi dell’uomo.

Due o più uomini comunicano tanto più efficacemente quanto più hanno esperienza condivisa nel loro bagaglio culturale.
Ogni mestiere, da quelli artigianali a quelli esecutivi o concettuali, induce procedimenti conoscitivi, linguistici e immaginifici comuni in tutti coloro che quel mestiere praticano.
La comunicazione e la valutazione reciproca sono quindi al massimo delle loro potenzialità nella sinergia fra colleghi.

Così come l’omogeneità morfologica del Territorio determina il “Semplice” territoriale, così i “mestieri” localizzano il “Semplice” nella struttura morfologica della Popolazione.
Quanto bene questo “Semplice” fosse stato elaborato e fatto interagire con i suoi simili nella Repubblica Veneta è stato raccontato in Storia Morale di Venezia ed è testimoniato da 800 anni di Serenissima Repubblica.


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